7.z Il cerchio spezzato

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IL CERCHIO SPEZZATO

 

– … Da quella notte non sono stato più me stesso, Arsenio!

Sento qualcosa che mi vive dentro… Un parassita dell’anima che

poco alla volta sta risucchiando ciò che ero in un cono oscuro

e lo sta sostituendo, brandello dopo brandello, con frammenti

acuminati di tenebra e odio… – disse Andrea Macchia tenendo

il capo tra le mani mentre gli occhi si perdevano sulla superficie

arabescata del tappeto persiano dell’amico Arsenio Giustini, in

piedi di fronte a lui.

– Andrea, senti… – rispose Arsenio tenendo basso il tono

della voce e rallentando il ritmo delle parole, come se volesse

calmare Andrea nonostante il rimprovero che stava per muovergli.

– Lo sai che io non sono un esperto in materia. Eppure le mie

scarne conoscenze mi avrebbero portato ad essere più prudente.

Andrea, tu conosci meglio di me il mondo dell’occulto; ti sei

interessato, hai letto… E allora non riesco a capacitarmi della

tua sconsideratezza! Tu… cioè voi avete cominciato una seduta

spiritica; avete evocato l’anima di chissà quale spirito maligno,

di chissà quale scarto dell’Inferno; avete scherzato col fuoco e

poi avete interrotto bruscamente il gioco! Non avete chiuso la

seduta! Non avete congedato l’anima di chi avete evocato!

Andrea continuava a tenere le mani nei capelli e a non mostrare

il volto ad Arsenio, che gli parlava osservandone ora i ciuffi di

capelli che spuntavano tra le dita, ora le gambe che tremolavano

in preda all’ansia.

– Andrea, voi non avete chiuso il cerchio! – continuava

Arsenio con minore pacatezza rispetto a poco prima. – Avete

convocato un ospite sconosciuto e pericoloso e non vi siete

preoccupati di riaccompagnarlo alla porta per assicurarvi che

uscisse davvero di casa. E lui… è rimasto con voi! Anzi, con

te, visto che dalla tua dimora è giunto l’invito! Ed egli, lungi

dall’accontentarsi di una casa di calce e di pietra, ha fatto infine

di te, della tua carne e delle tue ossa, la sua armatura e il suo

veicolo per compiere nefandezze nel nostro mondo!

– Arsenio… – si lamentò Andrea strofinando energicamente le

mani sul cuoio capelluto, come se si stesse spremendo le meningi

e volesse nel contempo invocare un aiuto che, data la situazione,

pareva improbabile. – Ci deve pur essere un rimedio… anche se

in ritardo. Io non ce la faccio più a tollerare questo burattinaio

oscuro che se ne sta seduto dentro di me… che muove i fili del

mio umore e delle mia azioni… che mi ha trasformato in un

essere spregevole e mostruoso… Cosa ho fatto! Cosa ho fatto!

Col volto piantato sul tappeto e le mani che adesso si erano

spostate a coprire gli occhi, Andrea fece scivolare dalle labbra

aride e screpolate il racconto di quella terribile notte, lento e

monodico come una lunga agonia.

Una sera di qualche settimana prima Andrea Macchia aveva

invitato nella sua casa di campagna, oltre alla fidanzata Miriana,

un’altra coppia di amici, Marco e Ornella, e due colleghe

di Miriana, Eleonora e Francesca. Cena rustica a base di pizza,

birra e gelato e poi… una proposta intrigante per il dopo cena.

Andrea è un esperto dell’occulto, aveva detto Miriana… E ad

Andrea non era sembrato vero di percorrere la via che la fidanzata

gli aveva aperto, consapevole, in realtà, di non sapere

nemmeno dove stesse di casa il mondo delle ombre e di come,

però, lo svago che stava per proporre avrebbe reso interessante

ed elettrizzante agli occhi degli altri, oltre che il padrone di casa,

anche la serata in corso, ormai sul punto di spegnersi come un

fuocherello scoppiettante quasi a corto di esca.

Andrea, come se avesse previsto per tempo che quella sera

si sarebbe cimentato in qualche performance di matrice spiritista,

aveva disposto tutto a regola d’arte, dal giusto numero

di invitati al tavolo a tre gambe rimediato a prezzo modico da

un antiquario; aveva poi preparato tanto un foglio su cui aveva

scritto le lettere dell’alfabeto, i numeri e le risposte “sì” e “no”

quanto un pezzo di legno triangolare, che furono posti al centro

del tavolo a portata di mano di tutti gli astanti, distribuiti due a

due sui tre lati del mobile. Richiamato a fatica il silenzio, tanto

erano grandi l’euforia degli invitati per quella strana esperienza

e la superficiale inconsapevolezza di ciò che stavano per fare,

Andrea, nel ruolo per lui inedito e tanto agognato di medium,

impose agli altri alcuni minuti di concentrazione, per poi invitarli

a porre il dito indice sull’oggetto triangolare. Questo,

muovendo la punta rivolta al foglio fino a indicarne una lettera

o un numero, avrebbe consentito di comporre le frasi o le date

dettate dallo spirito evocato, qualora esso si fosse presentato e

si fosse dimostrato disponibile a interloquire col medium, che

si sarebbe fatto poi portavoce delle domande degli altri.

Nella fioca illuminazione di una lampada da salotto, coperta

da un panno per attutirne ulteriormente l’impatto luminoso

sull’ambiente del soggiorno, con le persiane accuratamente sigillate

per evitare che entrasse anche la debole luce della luna,

Andrea si mise a recitare il formulario che aveva studiato e

imparato a memoria in previsione di un’esibizione come quella

che finalmente stava per concretizzarsi, con lo stato d’animo

del bambino che, dopo tante prove e una lunga attesa, stesse

per salire sul palcoscenico del teatrino parrocchiale per ricevere

i facili applausi dei familiari e degli altri adulti del pubblico.

Andrea pronunciò con voce impostata e solenne le parole del

rito di evocazione, indirizzate all’anima vagante che volesse

raccogliere quella richiesta di colloquio. L’atmosfera era finalmente

quella giusta, e Andrea si era impadronito del proprio

ruolo; era convinto di ottenere un sicuro successo coi suoi ospiti

già solo con la suggestiva messinscena da lui allestita, quindi

indipendentemente dai contatti con l’aldilà che lui stesso, a

dire il vero, era il primo a non ritenere possibili. Ma di lì a poco

dovette ricredersi…

A un certo punto infatti la punta del triangolo di legno su cui

tutti tenevano il dito indice cominciò a vibrare. Andrea, certo del

fatto che fosse il tremolio di qualcuno dei presenti a originare

quel movimento, prese lo spunto da ciò per chiedere ad alta voce:

– Chi sei, anima raminga? Chi sei, nostro gradito ospite? Manifestati

a noi, che desideriamo parlarti e conoscere la tua storia!

Il triangolo cominciò allora a muoversi e a soffermarsi per

pochi attimi prima su una, poi su un’altra lettera, fino a formare

un nome che Andrea pronunciò ad alta voce:

– Rainero! Rainero, mio caro amico, che tu sia il benvenuto!

In quale epoca sei vissuto? – continuò Andrea con prontezza e

senza mostrare alcun cedimento nella voce e nell’atteggiamento.

Il triangolo si spostò con uno scatto netto sulla linea dei numeri

scritti sul foglio, e passò velocemente attraverso quattro

cifre: 1… 4… 6… 5.

– Il 1465… è forse l’anno della tua nascita? O della tua morte?

Cosa ti è successo nel 1465? – fece Andrea dopo aver osservato

le espressioni dei suoi compagni di seduta, con le due colleghe

di Miriana, poco avvezze alle stravaganze del padrone di casa,

che mostravano i segni di una incipiente preoccupazione.

Il triangolo rimase immobile. L’apprendista medium, che si era

ormai calato nella parte, pensò allora di riformulare la domanda

in modo più chiaro e diretto, ricordandosi di aver letto che gli

spiriti gradivano le domande alle quali potessero rispondere con

una sola parola o con due o tre al massimo.

– Rainero, amico mio, sei forse nato nel 1465? – disse secco

Andrea.

Il triangolo fece un altro scatto brusco e si portò sul “no”

scritto in un’altra zona del foglio.

– Rainero, sei morto nel 1465? – continuò immediatamente

Andrea, come se stesse facendo un interrogatorio.

La punta di legno, dopo aver vibrato, rimase sul “no”, cosa

che portò Andrea a interpretare il fatto come un’altra risposta

negativa.

– Rainero, anima vagante e gentile, è morto qualcun altro

nel 1465? – disse Andrea improvvisando una domanda cui lo

spirito o le mani tremanti degli astanti avrebbero potuto dare

una risposta secca.

Anche questa volta la punta vibrò per pochi secondi, ma poi si

spostò repentina sulla linea delle lettere e freneticamente prese

a indicare una successione di consonanti e di vocali che, messe

l’una dopo l’altra, formarono le parole “li ho ammazzati”.

Dopo che Andrea ebbe riportato agli altri la frase, il silenzio

fu ancora più profondo. Le colleghe di Miriana, Francesca in

particolar modo, erano impallidite, e non sapevano cosa pensare.

Anche Marco, pur essendo amico di vecchia data di Andrea,

sembrava perplesso e preoccupato, e difatti si mise a guardare

Ornella, la fidanzata, come per rassicurarla, sebbene la sua

espressione non fosse la più indicata per infondere tranquillità.

Ornella, a sua volta, fissava Miriana, come per chiedere rassicurazioni

alla persona che più di ogni altra conosceva Andrea e le

sue intenzioni per quella serata, e avrebbe quindi potuto rivelarle

con un’occhiata d’intesa la natura goliardica della sceneggiata

in corso. Eppure anche Miriana non era serena, forse perché il

fidanzato non si era mai spinto così avanti né con la sua fissa

dell’occulto né con le sua propensione alla burla, oppure…

perché anche lei avvertiva nell’aria qualcosa di strano, che non

poteva essere attribuibile soltanto alla regia di Andrea.

Marco cercò a quel punto di stemperare la tensione proponendo

ad Andrea una domanda scherzosa da rivolgere allo spirito

di Rainero. Andrea lo assecondò, dato che pure lui cominciava

ad avvertire quel tipico senso di insicurezza che nasce nelle situazioni

che stanno sfuggendo di mano, e quella battuta poteva

quindi rincuorare tanto lui quanto gli altri, riportando l’atmosfera

sul piano di un gioco particolare e suggestivo.

– Rainero, nobile anima del Quattrocento, chi hai ammazzato?

Tua moglie e il suo amante?

Nessuno ebbe il coraggio di ridere alla battuta irriverente

di Andrea, e ancora meno lo ebbero quando un colpo violento

fece rimbombare il legno del tavolo, come una mano chiusa che

si fosse abbattuta con rabbia e risentimento. E ancora meno i

presenti ebbero il coraggio di ridere quando Francesca si mise

a urlare, dicendo di aver visto, nella penombra del soggiorno,

proprio davanti alla lampada coperta dal panno, una sagoma

trasparente di persona che, nell’atto di incedere verso il tavolo,

si era dissolta in un attimo.

Francesca allora si alzò dalla sedia e si diresse verso la porta,

mentre Eleonora la seguiva con un volto cadaverico e le lacrime

che cominciavano a solcarle le guance. Miriana guardava

interdetta Andrea, mentre Marco si era alzato istintivamente non

si sa bene per fare cosa, finendo poi con l’abbracciare Ornella

che, singhiozzante, gli si era buttata tra le braccia. Francesca aprì

la porta e uscì in giardino insieme ad Eleonora, e le loro grida

e i loro singhiozzi arrivarono all’interno della casa a scuotere

l’anima intorpidita e semicosciente del medium improvvisato,

in balia della confusione e di pensieri sconnessi come anche

Miriana, incapace di spiegarsi cosa fosse successo e cosa avesse

combinato il suo fidanzato.

Ora l’impeto con cui Arsenio aveva rimproverato Andrea si era

stemperato e aveva lasciato il posto a un sentimento di commiserazione

e di rammarico per la sorte toccata all’incauto amico.

– E così la seduta è stata interrotta… – disse Arsenio continuando

il racconto di Andrea. – Essendo venuto meno il numero

di coloro che avevano cominciato l’evocazione e non sapendo tu

come chiudere il flusso comunicativo con lo spirito… la cosa si

è interrotta lì. E l’anima di questo Rainero è rimasta nella nostra

dimensione, per giunta offesa e irritata dalla battuta che gli avete

fatto tu e quel deficiente di Marco.

– E con una gran voglia di fare del male… – riprese Andrea

alzando finalmente la testa verso Arsenio e appoggiando le mani

sulle gambe ancora tremanti, come se volesse tenerle ferme. – Ma

la sua non è voglia di vendicarsi della battuta che gli abbiamo

fatto… La sua smania di fare del male risale al tempo della sua

vita, a quel 1465… e anche a qualche anno prima. Perché io,

Arsenio, ho fatto qualche indagine d’archivio su questo Rainero…

Sì, mi sono fatto aiutare da quel mio collega dei tempi

dell’università che adesso fa il ricercatore. E da quelle scarne

informazioni, il nome, l’anno 1465 e un probabile omicidio o

una possibile strage… lui ha capito chi era Rainero. Anzi, chi

è Rainero…

Arsenio, mosso dall’apprensione e dalla curiosità, piantò gli

occhi sul volto di Andrea proprio nel momento in cui questi alzò

i suoi verso l’alto, a contemplare il bianco soffitto come se oltre

quella coltre di intonaco potesse scorgere l’aiuto o il conforto

di cui necessitava disperatamente.

– Arsenio, il conte Rainero da Romano condusse una vita

scellerata e andò incontro a una fine tragica e violenta – disse

Andrea abbassando lo sguardo in direzione di Arsenio, tenendosi

però lontano dal suo volto e limitandosi a osservarne stancamente

e distrattamente il torace.

– Egli, uomo rozzo e senza scrupoli, nell’anno 1465 fece

massacrare a tradimento i suoi luogotenenti ribelli, o presunti

tali, durante un banchetto di finta riconciliazione. In particolare

gli premeva di sbarazzarsi di uno dei suoi capitani, Giovanni

Malaventura, trucidato barbaramente con l’intero suo seguito

in quanto reputato un ostacolo alle sue sfrenate ambizioni. Per

l’autorevolezza di cui godeva come abile uomo d’arme e fine

stratega, Giovanni Malaventura avrebbe infatti potuto intralciare

il progetto di egemonia totale all’interno del proprio principato

coltivato dal conte Rainero, diventandone il rivale e il punto di

riferimento per tutti i suoi nemici. Cosa che sarebbe andata a

scapito anche della fase successiva del piano di Rainero, che

contemplava la possibilità di un ingrandimento territoriale.

Vinta questa battaglia contro il Malaventura, Rainero perse però

la guerra contro i numerosi nemici che ancora gli rimanevano,

i quali, sostenuti dalle alte sfere ecclesiastiche, contro le quali

Rainero era entrato in urto, riuscirono a farlo arrestare e condannare

come eretico. Ammessa la colpa dopo aver subito le

più atroci torture, Rainero morì in prigione a seguito delle gravi

ferite riportate, prima ancora di poter essere arso vivo sul rogo.

L’autodafé fu comunque messo in atto fingendo che Rainero non

fosse già morto, affinché fosse stato chiaro a tutti, nelle forme

più scenografiche possibili, quale sorte toccava ai senza Dio.

Uno strascico di silenzio fece seguito alle parole di Andrea,

che tuttavia riprese dopo pochi secondi:

– Ti stupisce allora quello che ho fatto dopo la notte dell’evocazione?

Dopo quella maledetta notte? Arsenio, quel dannato

Rainero si è impossessato di me e mi ha infuso un impeto di

vendetta che io non ho mai conosciuto e mai avrei conosciuto,

perché… è il suo! Io sono ormai lo strumento del suo rancore

veemente, del suo odio profondo e smisurato pronto a cercare

il suo sfogo contro la prima persona che capiti a tiro! La prima

persona che incontro e che susciti in me un qualche senso di

fastidio e un principio di ostilità, ebbene… su quella persona

saetta la sua rabbia vecchia di secoli!

Arsenio, rapito dalla storia del conte Rainero e dalle oscure

conseguenze che essa aveva fatto ricadere sulla vita di quel suo

povero amico chiamato Andrea Macchia, continuava a stare in

piedi di fronte a lui, però ben più pallido e meno energico di

quando era cominciata quella discussione.

– E come ci si può stupire di quanto ho fatto, Arsenio? – domandò

in modo retorico e rassegnato Andrea. – Come? Me lo

dici, Arsenio? Come?

Seppure in preda alla spossatezza, Andrea tornò a raccontare

col tono cantilenante di una prefica che accompagni la notte del

defunto col ricordo dei momenti più importanti della sua vita.

E questa volta Andrea Macchia ricostruì, non per Arsenio, al

corrente dei fatti, ma per se stesso, come se avesse bisogno di

rifletterci su, le tappe terribili e omicide della sua insana simbiosi

con lo spirito di Rainero da Romano, il conte dalle mani lorde

di sangue. Raccontò gli episodi che rivelavano come la sua

volontà fosse ormai assoggettata all’oscura presenza che si era

impadronita di lui, che dimorava in un angolo della sua anima

e ne condizionava le azioni.

E Andrea prese a raccontare innanzitutto di quando, fermo allo

stop di una strada poco trafficata alla giuda della sua automobile,

si era sentito richiamare col clacson da un automobilista che gli

stava subito dietro, intenzionato a sollecitarne la partenza dopo

una sosta parsa fin troppo lunga. Era la prima mattina di una

giornata plumbea e nebbiosa, con una visibilità assai scarsa. E

la nebbia calò rapida pure su Andrea, quando il fastidio provocatogli

dall’impazienza dell’altro automobilista fu accolto

dall’oscuro inquilino della sua mente, avvolto nella sua ombra ed

esacerbato a dismisura fino a diventare rabbia irrefrenabile. Un

ritmo primitivo e tribale batteva sulle tempie di Andrea, come se

il sangue scorresse ora nelle vene più denso e veloce; una forza

trascinante e invincibile lo portò a uscire dall’auto, a rivolgere

minaccioso lo sguardo all’automobile dietro la sua e a dirigersi

a passo di guerra verso il guidatore molesto. Invano questi tentò

di proteggersi dalla violenza di quella creatura che non sembrava

davvero un uomo, e che di certo non era più Andrea Macchia;

invano egli gridò e tentò di divincolarsi davanti alla furia di

quella natura corrotta e abominevole. Andrea, invasato dallo

spirito di Rainero, dopo aver avuto ragione della resistenza dello

sconosciuto e averlo spinto nuovamente nell’abitacolo da cui era

uscito per tentare di spiegarsi o di difendersi, ne afferrò il capo

con la mano destra e lo fece abbattere violentemente sul volante

dell’auto: tanti e ripetuti colpi sordi intervallati da suoni brevi e

intensi di clacson, attutiti e inghiottiti dalla nebbia. Pochi minuti

dopo, quando un altro automobilista, insospettito dal suonare

ininterrotto di un clacson inceppato, scese dal proprio veicolo

per avvicinarsi a quell’auto ferma e con lo sportello del guidatore

aperto, da lui intravista tra le strette maglie di quella fitta

foschia, trovò un corpo disanimato con le gambe che uscivano

dall’interno dell’auto e col viso sprofondato nel sedile di stoffa

chiara, ora tinto di un rosso intenso e dolciastro.

Ma non soltanto quello era successo negli ultimi giorni di

vita di Andrea Macchia. Una sera, infatti, aveva avuto a che

ridire con un tizio che, nella biglietteria del teatro, non aveva

rispettato la fila e aveva tentato di passargli avanti. La reazione

avuta sul momento fu propria di Andrea: un’occhiataccia inceneritrice

e un pacato invito a rispettare la fila a cui non sarebbe

seguito altro anche qualora non fosse arrivato in suo soccorso

l’intervento deciso di un’arzilla vecchietta, che censurò ad alta

voce il comportamento dell’uomo costringendolo a ritirarsi con

le pive nel sacco. Ma quello che successe la sera, dopo lo spettacolo,

non fu opera di Andrea. Perché davvero nessuno che lo

avesse conosciuto almeno un po’ avrebbe potuto attribuirgli la

responsabilità di ciò che uno spazzino comunale, alle prime luci

dell’alba, si trovò davanti in uno di quei vicoletti che di notte,

complice la penombra, restano deserti fino all’arrivo dei raggi

del sole: il corpo senza vita dell’uomo della biglietteria. Il cadavere,

che presentava numerose ferite e tumefazioni in più punti,

come se fosse stato investito da una gragnola di colpi scagliati

con impeto da una furia cieca e istintiva, aveva un orologio da

polso, presumibilmente quello del defunto, infilato in bocca e

un’asta conficcata all’altezza del fegato e sporgente al di fuori

di quei poveri resti della metà circa della sua lunghezza. Grande

fu la sorpresa della polizia scientifica quando constatò che

quell’asta, la principale causa del decesso dell’uomo, era una

lancetta di metallo di un grosso pendolo dalla punta a forma di

freccia. Forse la rivalsa del tempo nei confronti di chi non aveva

saputo aspettare. E il tempo, in quell’occasione, aveva avuto

come campione e giustiziere l’ombra di Rainero.

Non era però finita lì, perché, a distanza di poche ore, un altro

episodio di straordinaria brutalità funestò la città e, ancor più

di essa, la coscienza di Andrea Macchia. Era successo infatti

che un pomeriggio aveva deciso di attendere Miriana all’uscita

dall’ufficio. Quando la fidanzata uscì dal portone in compagnia di

un collega, dovette notare con un certo disappunto che, nell’atto

di salutare Miriana e di darle l’arrivederci al giorno successivo,

il collega aveva indugiato un po’ troppo con lo sguardo sulle

sue forme, prima sulla scollatura e quindi sul fondoschiena, che

parve assaporare avidamente quando Miriana, salutatolo, gli

voltò le spalle. Ciò che in altri tempi solo per attimo avrebbe

oscurato la mente di un uomo equilibrato e composto come Andrea,

che magari, riflettendoci su, avrebbe potuto anche valutare

la cosa come un lusinghiero complimento rivolto alla propria

donna, ora, sotto la nefasta influenza di Rainero da Romano, era

destinato a scatenare un autentico diluvio di risentimento e di

gratuita malvagità. Il collega di Miriana fu trovato senza vita di

lì a due giorni e l’autopsia effettuata dichiarò un’orribile morte

per dissanguamento seguita a inenarrabili strazi inflitti agli organi

genitali; le palpebre inoltre, dopo la morte, erano state cucite

alla pelle all’altezza delle sopracciglia e degli zigomi per tenere

spalancati gli occhi, come ad indicare in quella parte del corpo

l’origine della colpa e nei genitali l’esito rovinoso dell’insano

proposito del reo. Ovvero di colui che il lato oscuro di Andrea

aveva dichiarato colpevole.

Il racconto di Andrea aveva ricordato ad Arsenio tre storie

familiari, di cui aveva sentito dire in città e letto sui giornali

prima ancora che l’amico gliele avesse raccontate, come protagonista

delle vicende, la prima volta. Ora, terminato il secondo

racconto delle stesse, quelle storie torbide e inspiegabili risultavano

ancora più chiare e sconvolgenti.

– Andrea, – disse Arsenio con un filo di voce e la bocca

arsa – devi ricorrere all’aiuto di chi si intende di queste cose.

Devi chiudere ciò che è rimasto aperto. Ci sarà pure il modo di

rimediare… almeno a quello cui è ancora possibile rimediare…

Che non è molto, ma è pur sempre qualcosa… Quel che rimane

della tua vita…

– Non lo so, Arsenio… – fece Andrea puntando le mani sulle

ginocchia e allargando le gambe come a volersi dare la spinta

per alzarsi. – Lui è qui con me anche adesso. Ogni tanto lo sento

fremere… avverto il gorgoglio della sua crudeltà… Ho paura!

Ho paura che, irritato da chissà cosa e per quale motivo, possa

manifestarsi in qualunque momento… anche in questo!

Andrea abbassò di nuovo il capo, tenendolo tra le mani per

alcuni secondi, mentre una sorta di lamento crescente usciva

dalla sua bocca socchiusa. Quando il lamento raggiunse la dimensione

sonora di un grido, Andrea rialzò la testa e mostrò ad

Arsenio un volto orribile. Pur essendo il volto di Andrea sempre

riconoscibile, esso risultava tuttavia trasfigurato nei tratti, tesi

e raggrinziti come quelli di un uomo che soffrisse indicibili

tormenti.

– Arsenio! – tuonò una voce cavernosa proveniente da un’altra

dimensione – Ti sei divertito due settimane fa… con la mia fidanzata?

È stata una notte di tuo gradimento? La vorresti ripetere?

Arsenio si sentì trafiggere da parte a parte. Due settimane

prima, mentre Andrea se ne stava a casa in preda a un accesso di

crisi depressiva originato da quella situazione ormai intollerabile,

lui era stato davvero con Miriana. Le aveva fatto da confidente,

perché la situazione psicologica di Andrea era pesante anche per

lei. Miriana non sapeva nulla dei delitti di Andrea, né sospettava

che ci fosse un nesso tra la seduta spiritica e lo stato di prostrazione

del fidanzato, in balia della più cupa malinconia come di

conati d’ira che mai aveva conosciuto prima di quel periodo. Lei

però si stava facendo delle domande; in particolare si chiedeva

se avrebbe avuto la forza di aiutarlo, di sostenere una persona

che si stava rivelando diversa da quella che aveva conosciuto e

di cui si era innamorata. Era debole, Miriana, e vulnerabile. E

ad Arsenio, che pure aveva sempre tenuto un comportamento

corretto e da amico sincero, Miriana piaceva molto.

Arsenio balbettò qualcosa, ma difendersi da un’accusa fondata

gli risultava difficile; ancora più difficile di fronte a qualcuno

che non era il semplice amico tradito, ma un’entità superiore,

con doti terribili e soprannaturali.

Andrea, con uno scatto felino, fu addosso ad Arsenio e lo spinse

verso la finestra del soggiorno, spalancata per il caldo della

stagione. Tempestato dai pugni di Andrea, col respiro affannoso

dell’amico invasato che cresceva di pari passo all’aumentare

della forza da lui messa nel colpire, Arsenio, resistendo al dolore,

lo afferrò alla vita e lo spinse verso la finestra, per sottrarsi alla

stretta e guadagnarsi la strada per tentare di fuggire, precipitandosi

verso la porta dell’appartamento e, di qui, sul pianerottolo

e per le scale. Ma Arsenio ottenne molto di più da quel gesto

disperato. Molto di più di quanto avrebbe voluto. Andrea, infatti,

si trovò con le spalle alla finestra aperta e, sbilanciatosi, scivolò

all’indietro e cadde.

Arsenio, che aveva assistito impietrito, rimase immobile ancora

per qualche secondo. Poi, con le gambe pesanti come obici,

si trascinò per quei pochi passi che lo separavano dalla finestra.

Guardò in basso, nel punto dove giaceva il corpo sanguinante di

Andrea. In piedi accanto ad esso la sagoma dai colori sbiaditi di

un uomo d’arme del Quattrocento. Questa volse subito la testa

in direzione di Arsenio, ansante ed emaciato, che osservava la

scena dalla finestra in balia di uno sbigottimento che superava a

questo punto il dolore per la tragica fine di Andrea; quindi cominciò

a muovere alcuni passi verso di lui, perdendo rapidamente

consistenza fino a diventare trasparente e a svanire.

Arsenio non era più presente a se stesso. Ma non fu che un

attimo: lo destò subito una grande rabbia che, entrata in lui da

chissà dove, andava occupando a folle velocità ogni atomo del

suo spirito, nella forma di un irrefrenabile impeto di violenza.

In balia di un’energia cattiva che gli rianimava e bruciava allo

stesso tempo ogni singola cellula, levò in alto le pupille abbacinate

dal sangue. Una minaccia di morte percosse dunque la volta

del cielo, come il rombo del tuono che prelude al tuffo cieco e

inesorabile del fulmine.


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