7.v La primavera di Giovanni Scipioni (dal cap. V)

copertina-prima.jpg

Dopo gli scontri all’arma bianca che Antonio aveva

sostenuto in passato con autorità laiche e religiose, era

come se questi camminasse per strada portandosi dietro

uno strascico fatto di aneddoti e di pregiudizi che ormai

lo ponevano in una sorta di zona franca del vivere civile,

dove il livello di tolleranza nei confronti di certe stravaganze

si alzava oltre la norma in considerazione dell’atipicità

del personaggio. Che poi “stravaganze” e “atipicità”

fossero la traduzione politicamente corretta di espressioni

ben più colorite e popolane, quali “Quello è matto

come un cavallo!” oppure “Certo che uno così in famiglia

è proprio un castigo di Dio!”… Beh, questo poco importa

ai nostri smaliziati lettori, che senza dubbio avevano capito

l’antifona già in prima battuta. Ciò che conta è la sostanza

della cosa, vale a dire che, prima di querelare o

semplicemente prendere a male parole Antonio, chiunque

in città ci pensava parecchio, finendo sempre per

mostrare indulgenza e, con essa, un segno di tangibile rispetto

nei confronti dei poveri fratelli, che, volenti o nolenti,

se lo ritrovavano sul groppone.

E proprio per una forma di vicinanza spirituale al

professor Scipioni, stimato come persona seria ed equilibrata,

nonché socialmente affidabile, l’impiegato bancario

Fabbrini si sentì in dovere di avvertirlo degli strani

movimenti, tutti in uscita, che si stavano registrando da

un mesetto sul conto corrente di Antonio. La rivelazione

dei prelievi reiterati del maggiore degli Scipioni, di per

sé poco ortodossa dal punto di vista regolamentare, avvenne

pertanto in un contesto informale e secondo modalità

del tutto confidenziali presso il solito bar di Via

Quarantotto, dove il bancario e il professore si diedero

appuntamento per un aperitivo prima di cena. Fu così

che Giovanni seppe che i prelievi del fratello erano aumentati

di frequenza e di entità, senza che la maggiore

disponibilità di liquidi in tasca si fosse tradotta, per

quanto avesse potuto notare, in acquisti di elettrodomestici

e altro, o fosse giustificabile in ragione di spese

straordinarie che nell’ultimo mese non c’erano proprio

state.

“Non sarà che Adriana se lo sta spolpando poco a

poco?” si chiese Giovanni con preoccupazione, mentre la

testa gli andava a un vestito nuovo che aveva visto indosso

alla fidanzata di Antonio una volta che l’aveva incrociata

per strada “Non è che sta cercando di spillargli il

più possibile prima di mollarlo?” pensò Giovanni mentre

gli tornavano alla mente le parole di Beatrice, la quale

aveva notato ai lobi di Adriana dei pendenti piuttosto vistosi,

e senz’altro costosi, che parevano freschi freschi di

oreficeria.

E di egual tenore dovevano essere stati i timori del

Fabbrini, che, come del resto tutti gli abitanti di quella

città di impiccioni, sapeva della tresca di Antonio. Sì, proprio

bravo il Fabbrini, cui in un altro frangente Giovanni

Scipioni avrebbe intimato di farsi gli affari propri, ma

che, in quella situazione ambigua e pericolosa in cui si

era cacciato Antonio e in cui era finito suo malgrado

pure lui, diventava un prezioso aiuto nel nome del famoso

relativismo che non poteva non animare la filosofia di

vita delle persone sagge.

Giovanni, dunque, ringraziò sinceramente quel brav’uomo.

Egli era peraltro il padre di un antico spasimante

di Beatrice, che la figlia aveva fatto smammare non essendo

interessata ai saputelli acculturati di quel tipo.

Grande fu la soddisfazione di Giovanni nel vedere liquidato

quel Fabrizio Fabbrini, che lui, in un accesso di gelosia

tipicamente paterna per la figlia che stava crescendo,

aveva ribattezzato Lupo Fabrizio, dalla folta e ispida barba

tentatrice di ragazzine innocenti.

“E come sta suo figlio Fabrizio?” chiese Giovanni prima

di congedarsi dal bancario informatore “Si è poi

iscritto a Filosofia? Spero di sì, perché era proprio tagliato

per quel genere di studi…”.

“Oh, sì, Fabrizio si è poi iscritto davvero a Filosofia!”

rispose il padre irrorando il volto della luce di un sorriso

a trentadue denti “E va benone! Anche se adesso, a dire il

vero, si è un po’ arenato. Sa com’è, a vent’anni le delusioni

d’amore ti fanno soffrire… E lui qualche disavventura

sentimentale l’ha passata ultimamente… Per carità,

quando si è giovani sono bazzecole queste, ma, sa com’è,

proprio perché si è giovani ci si sta male in modo particolare…

Lui poi è così sensibile, così incline agli slanci

sentimentali, così bisognoso d’affetto! Si affeziona facilmente

soprattutto alle ragazze un po’ più piccole di lui, le

invita a cena, regala loro libri di Borges… Ma queste,

come dar loro torto, sono ragazzine, vogliono divertirsi,

mentre Fabrizio è fin troppo maturo per la sua età. Ma va

bene, passerà anche questa difficile fase della sua vita!”.

Giovanni seppe quindi dalle parole del Fabbrini che

Lupo Fabrizio non aveva perso il vizio, neppure quello di

prendersi delle belle mazzate sui denti aguzzi da pescecane,

con i quali, se avesse potuto, avrebbe divorato tante

figlie di poveri padri preoccupati e alla deriva. E fu felice

di pensare che la sua Beatrice, che aveva a suo tempo

respinto l’insidia lupesca, sapeva difendersi meglio

del fratello Antonio, l’unico vero Cappuccetto Rosso della

famiglia.


Bad Behavior has blocked 111 access attempts in the last 7 days.

Usiamo i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione nel nostro sito web.
Ok