7.t La primavera di Giovanni Scipioni (dal cap. I)

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Il rancore di Giovanni Scipioni nei confronti della sua

nemica di sempre, allo stato attuale più che mai disprezzata,

ebbe fortuita occasione di effimero sfogo un giorno,

subito dopo la fine del rientro pomeridiano delle classi.

Trovando infatti socchiusa la porta dell’ufficio della dirigente,

che sapeva essere impegnata in una riunione in un

altro plesso dell’istituto, il suo occhio fu colpito da una

macchia di un prevalente verde scuro. Erano le foglie del

ficus horribilis, funesta specie di ficus parassita che qualche

anno fa aveva messo radici nella sua scuola; esso assorbiva

il già scarso ossigeno, appena sufficiente alla vita

della nutrita popolazione scolastica, e rilasciava con sussiego

e arroganza fetida anidride carbonica, la quale,

combinandosi con il tanfo del profumo insetticida della

molesta giardiniera che l’aveva trapiantato in loco, dava

ormai allo stomaco sensibile del docente una sensazione

di torcibudella ogni volta che transitava nei pressi dell’ufficio

della maestrina. Giovanni Scipioni ebbe l’impulso,

sottile, strisciante ma irrefrenabile, di allargare lo spiraglio

concesso dalla porta semichiusa per vedere a figura

intera, vaso e sottovaso compresi, quel vegetale viziato

e reso superbo dalle amorevoli cure della sua matrigna.

Lo fissò, e sentì il bisogno di avvicinarsi ancora, di

mettere a fuoco le screziature delle sue foglie e il bruno

terriccio in cui affondavano le sue radici. Lo fissò, con

quel sentimento di avversione che anima il bambino che

abbia sorpreso nella culla il fratellino di pochi mesi, e

con quel vago desiderio di vendicarsi dei patimenti che

la sua nascita gli ha elargito, consegnandolo ai morsi della

gelosia a causa delle minori attenzioni ricevute dai genitori.

Ripensò, quasi a contrastare involontariamente

quel pensiero di facile vendetta, a quando era bambino, e

al suo gatto Nerone. Guai a chi glielo toccava, Nerone!

Una volta Antonio lo aveva allontanato con un calcio e lui

aveva punito il fratello maggiore azzannandolo e lasciandogli

impressi sul polpaccio destro i segni di una dentatura

robusta e affilata a dispetto della tenera età e dei

molari da latte, uno dei quali, a dire il vero, era scivolato

dal polpaccio indolenzito e sanguinante di Antonio e si

era adagiato sul pavimento. E guai a chi toccava i gattini

randagi del quartiere! Erano deboli e indifesi e dovevano

essere rispettati più delle altre creature! Eppure quel fi-

cus non era come quei teneri e innocenti gattini; quel ficus

era come il chihuahua grassottello e fastidioso dei vicini

snob, quelli che nemmeno salutavano perché in realtà

non camminavano sulla strada come tutti, ma fluttuavano

nell’aria come semidei in procinto di essere assunti

in cielo, nel novero dei celesti. Mordicchiava a destra e a

sinistra, quel cagnolino, e una volta aveva tentato di azzannargli

il polpaccio, proprio come lui aveva fatto, ma

per una buona causa, con il fratello Antonio. Per questo

bimbo Giovanni gli avrebbe volentieri assestato un bel

calcetto qualora fosse riuscito a sorprenderlo incustodito,

sicuro di fargli perdere aggressività e di dargli una

bella lezione, insegnandogli così come ci si comporta.

Ora, nel pieno della cosiddetta età della ragione, Giovanni

Scipioni rivedeva in quel ficus il cagnolino di tanti anni

prima. Si guardò intorno con attenzione e appurò che i

bidelli dovevano essersi trasferiti al piano superiore per

la pulizia delle aule; chiuse la porta dell’ufficio per maggiore

precauzione e sollevò il ficus, appoggiandolo sulla

sedia che si trovava di fronte alla scrivania della dirigente,

la stessa su cui Lauretta aveva patito il martirio. Si udì

quindi nel silenzio sepolcrale dell’ufficio lo scatto deciso

di una cerniera di pantaloni. Non era propriamente un

martirio, quello zampillo caldo di produzione propria

con il quale lo Scipioni irrorò le foglie e il fusto del povero

ficus, feticcio di un’umiliazione primordiale prima ancora

che volgare, tanto più che nei giorni a venire la maestrina

ebbe a compiacersi dello sviluppo rigoglioso della

sua amata pianticella, corroborata, a suo dire, dal fertilizzante

che gli aveva con generosità elargito da sempre e

che finalmente dava i suoi migliori risultati. E qualche

cortigiano della segreteria stava intorno al totem a vezzeggiare

il pollice verde della capoccia, mentre il bidello

lacchè diceva che il merito era del terriccio che lui stesso

aveva reperito in campagna, nei campi dei suoceri, e aveva

donato al tenero virgulto dirigenziale per accelerarne

il raggiungimento dell’età adulta e del pieno rigoglio delle

forme. Ma in realtà si sarebbe dovuto ringraziare l’oscuro

giardiniere, un bel giorno scopertosi tale per amore

e per vendetta.


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