7.p La setta dei giovani vecchi - Capitolo IV

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E venne anche il giorno della resa dei conti interna al partito. Francesco Cinghialetti era finalmenteriuscito ad ottenere un incontro chiarificatore con i capi, che avrebbe assunto, nelle intenzioni del promotore, un valore di scontro generazionale tra “padri” padroni e“figli” inibiti, oppure, se si preferisce, tra “padri” possidenti e “figli” diseredati.

Francesco Cinghialetti e Giovanni Eufemi si trovavano dunque in quella stanza della sezione locale del partito, contornati da quei pochi sodali loro coetanei che avevano avuto il coraggio di affiancarli nell’impari lotta, per rivendicare il diritto della loro generazione di fare esperienza nel vero senso della parola, vale a dire con le mani effettivamente in pasta nella materia fluida dell’amministrazione della cosa pubblica.

I due schieramenti erano separati da un tavolo. Al lato opposto a quello dei rivoltosi c’era la compagine degli alti papaveri, che comprendeva nientepopodimeno che l’anziano capo corrente in carrozzina, Alberigo Colonna, leggendario plenipotenziario il cui solo nome faceva ancora tremare le vene e i polsi, e il machiavellico assessore Marcheselli, ambiguo e subdolo politicante del cui pensiero si poteva venire a conoscenza solo dopo essere stati da lui colpiti a tradimento. Alle spalle del Colonna stava poi una figura di cortigiano che rispondeva al nome di Placido Leporelli, sorta di lacchè del grande vecchio, che se ne stava impalato e quasi inespressivo dietro alla carrozzina del padrone, impegnato a ricoprire, in contemporanea, i ruoli di guardia del corpo, infermiere e… testimone silente.

Contro quella gloriosa e superba armata Francesco Cinghialetti si accingeva dunque a parlare per primo… quando, come il rumore di uno sciacquone che si sovrapponga per alcuni secondi a una sinfonia di Mozart, suonò, mai così inopportuno, il cellulare di Giovanni. Questi, imbarazzatissimo e peraltro fissato con occhio assassino dall’amico Francesco, il cui impeto battagliero era stato così prosaicamente castrato nel momento di maggior tensione, avrebbe voluto spegnere il maledetto arnese, ma, vedendo che la chiamata era di Eleonora, chiese scusa e si mise in un angoletto per rispondere. La fidanzata lo avvertiva che quella sera sarebbe giunta al loro appuntamento un po’ in ritardo a causa di una lezione di ballo che, data l’imminenza delle gare provinciali cui si era iscritta, sarebbe durata più del solito. Dopo aver bisbigliato qualcosa in risposta, Giovanni spense il telefono e ritornò vicino a Francesco, che lo guardava come per dire: “Mi permetti di cominciare, o aspettiamo che chiami pure tuo nonno?”

Rivolti quindi gli occhi decisi verso i nemici, Francesco Cinghialetti poté alfine accingersi a cominciare.

La sua passione, cibata dal veleno del vittimismo e dalla vista di quegli arroganti notabili, avrebbe voluto fin da subito saettare dardi contro i dirimpettai, schierati all’altro lato del tavolo su cui si giocava quella partita. Li aveva ormai messi al centro del mirino, quei tre: il capo corrente Colonna, assiso sulla carrozzina come su un regale scranno, il consigliere Leporelli, che si mostrava a mezzo busto a partire dalla testa del Colonna, di cui spingeva la carrozzina e alle cui spalle rimase anche ora che il grande vecchio aveva raggiunto la postazione cui era stato designato, e l’assessore Marcheselli, posto alla destra del Colonna con un atteggiamentoda timida lepre che mal si conciliava con la sua natura da iena opportunista di cui abbiamo già detto.

Eppure Francesco Cinghialetti, almeno per quell’esordio, si contenne e volle dare alla sua orazione un taglio diplomatico e compromissorio, sforzandosi di mettere da parte la sua più naturale propensione all’attacco diretto e alla polemica. Si limitò dunque a esporre con enfasi le ragioni dei “giovani”, mettendo in risalto le loro legittime ambizioni e il collegamento profondo tra le stesse e l’interesse del partito, paragonabile a un vivaio in cui la temperatura dovesse essere regolata in modo da garantire le condizioni migliori per la crescita delle più tenere pianticelle, conciliando, per carità di Dio, tale esigenza con quella, altrettanto importante, di garantire il conseguimento del pieno rigoglio anche alle piante più adulte, che mai e poi mai dovevano essere condannate all’inaridimento e allo spegnimento per favorire i delicati virgulti.

Nonostante lo sforzo di Francesco, però, il viso ingrugnito del Colonna non prometteva niente di buono. Cosa che in verità non lo stupiva affatto, perché Francesco conosceva assai bene la storia del grande vecchio.

Volto cereo e occhiaie al nero di seppia, unica nota di colore nel pallore di quella cadaverica carnagione, Alberigo Colonna era una figura leggendaria della vita politica di Castel Chimerico. La sua carriera vantava un periodo lunghissimo di occupazione della carica di sindaco: ai tempi in cui non esisteva ancora il limite dei due mandati per il primo cittadino, egli riuscì infatti a trapiantare il suo gracile corpicino nel fertile terreno del clientelismo, imperando sulla città come un monarca di Roma, una sorta di grande “pater familias” arbitro della vita pubblica e privata.

Si tramandavano vari aneddoti relativi a quel periodo avvolto nella nebbia della leggenda, periodo felice in cui si governava senza timor di opposizione, la quale si mostrava fantasma sfibrato durante la campagna elettorale e ruota di scorta nel quinquennio di amministrazione, utile a parare non già i colpi inferti da esponenti del partito di maggioranza che, per ragioni di disaccordo politico, migrassero verso altri lidi, ma piuttosto i colpi inferti dal destino e dal tempo, che spingevano qualche ottuagenario gerarca a migrare a miglior vita. Ecco allora che bastava cooptare qualche disinvolto oppositore pescandolo con l’esca della poltrona e… la maggioranza era salva nel numero e nell’impressione di solenne solidità che doveva esibire ai cittadini.

Era poi giunto, ma quando il Colonna era ormai abbastanza in là con gli anni, il castigo dell’ictus e l’umiliazione della seguente e persistente infermità, che, seppure avessero reso la sua favella impacciata e lo avessero privato dell’uso degli arti inferiori, non avevano tuttavia tagliato le gambe alla sua vitalità e alla sua lucidità di pensiero; aveva perciò ripreso ben presto le redini della situazione, che nel breve periodo di assenza forzata erano state tenute da sapienti e fidate mani. Designato il delfino e istruitolo a dovere, si era ritagliato ilruolo di stratega appartato, in grado di ordinare con un cenno ciò che prima faceva sprecando parole. Certo, col tempo nuove gerarchie ed equilibri si erano delineati nel partito, ma lui, Alberigo Colonna, pur non essendo più il padre padrone di un tempo, contava ancora tanto, con il suo stuolo di cortigiani, amici e amici di amici, tutti disposti in fila indiana dietro le ruote della sua carrozzina, pronti a darsi il cambio per sospingere con dolcezza e sollecitudine quel delicato ma autorevole centauro di carne e metallo.

Date queste premesse, poteva egli accettare l’insolenza di chi voleva alterare, nel nome di un insensato conflitto generazionale, gli equilibri faticosamente mantenuti grazie alla propria abile regia, quella di un puparo di nome Alberigo Colonna?

L’assessore Marcheselli cominciò dunque a farsi interprete dei versi e delle parole biascicate dal Colonna mediandole ai “giovani” interlocutori in modi garbati e diplomatici, sottolineando più volte la disponibilità del grande vecchio e del partito tutto ad andare incontro alle giuste richieste dei giovani, che però sarebbero state accolte con gradualità e nei giusti tempi.

“I giusti tempi?” esplose inaspettatamente Giovanni,uno che evidentemente si era proprio stancato di aspettare la vita in tutte le sue manifestazioni  “Macos’è, un modo per menare il can per l’aia di qui ai prossimi dieci anni?”

Il Marcheselli non perse la calma neppure dopo quell’uscita aggressiva e insolente. Aggiunse, però, con paroline sottili e taglienti come lame di rasoio, che, in nome del comune interesse, i membri del partito dovevano mettere da parte le ambizioni personali ammantate di nobili ideali; che non bisognava nascondere dietro una polemica di tipo generazionale abbastanza discutibile le pur sacrosante ambizioni personali; che in fondo era giusto fare la gavetta, temprarsi e rispettare chi aveva più esperienza e competenza in un campo delicato come quello della politica.

A quel punto Checco Cinghialetti, salitogli ilsangue alla testa, prese infine di petto l’oligarchia gerontocratica e vaticinò l’avvento di un liberatore, di un tirannicida che, non era difficile intuirlo, sarebbe stato proprio lui, o almeno quella eroica versione di sé che egli covava nel fondo della propria anima.

Il Leporelli, visto che l’aria stava diventando pesante, pensò bene di spingere la carrozzina del Colonna in direzione della porta: Francesco, però, si parò davanti ai due piombando come un falco in picchiata.

“Servo del potere!” urlò in faccia a Placido Leporelli “Eunuco politico! Spingi in salvo il carro del vincitore?”

Ora il Colonna fissava dal basso Francesco, recitando con il volto una litania antica: “Fino a quando, Cinghialetti, abuserai della nostra pazienza?”, promettendo così di far cadere la testa sua e degli altri eversori.

Avendo quell’attacco risvegliato la dignità sopita del Leporelli, questi si spostò davanti al Colonna, coprendolo rispetto alla prospettiva di Francesco, e cominciòa urlare come una femminuccia isterica cui si sia spezzata un’unghia, dicendo che esigeva rispetto e che non avrebbe esitato ad adire le vie legali per lavare l’onta di quelle gratuite offese.

Ma un rumore sordo e strozzato interruppe la bagarre da cortile: il Colonna si era afflosciato sulla carrozzina, emettendo un rantolo continuato che sembrava essere la continuazione disperata della precedente minaccia.

Ne seguì una gran confusione, con persone che accorrevano dalle stanze attigue per prestare soccorso e i giovani ribelli che si allontanarono alla chetichella, come se temessero di essere accusati di quel vile attentato alla stabilità delle istituzioni democratiche.

Per meglio fuggire alla faida che si sarebbe innescata, quel drappello di guerrieri, valorosi seppur sconfitti, preferì disperdersi.

E come la Regina d’Inghilterra e l’erede al tronoviaggiano su aerei distinti per non essere falciati dal medesimo disgraziato evento, anche Francesco e Giovanni, le due teste coronate del complotto, decisero di separarsi. Forse per ingannare non tanto la morte, quanto lo sconforto che li stava assalendo.

 


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