7.o La setta dei giovani vecchi - Capitolo II

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E venne finalmente il grande giorno. Giovanni Eufemi si alzò quella mattina con l’emozione di chi sta per compiere un grande passo; sentiva nel petto un groviglio di ansia, come se tante piccole murene cariche di elettricità gli nuotassero nello stomaco. Quella mattina Giovanni Eufemi, dopo essere sceso dal letto ed essersi infilato le ciabatte, in realtà non andò davvero in bagno per espletare le solite operazioni di toletta, né si recò in cucina per consumare la stessa colazione di sempre: egli, sebbene col corpo avesse fatto tutte queste cose, con la mente continuò difatti a gravitare per tutto il tempo in uno stato di sospensione che rappresentava, lo sentiva, il preludio al passaggio in una nuova dimensione esistenziale.

Convinto così che, da quel giorno in poi, le sue sveglie mattutine e i suoi soggiorni in bagno e in cucina sarebbero stati differenti, Giovanni Eufemi si presentò tutto emozionato nella sede dell’Ufficio Scolastico Regionaleper abbracciare la nomina che ormai consideravacosa fatta. Vestito com’era in un completo bianco con cravatta blu scuro, sembrava proprio uno sposino davantiall’altare, o, a voler essere più faceti, un cameriere alleprime armi dalla mano esitante che, di lì a poco, avrebbe rovesciato il vassoio addosso a un cliente.

Così malfermo nel corpo e nello spirito, giunse quindi nella sala d’attesa posta di fronte all’ufficio nel quale i singoli insegnanti sarebbero stati chiamati per ricevere la nomina. Poiché gli tremavano le gambe, dovette sedersi per timore di non reggersi più in piedi.

Giovanni Eufemi si ritrovò vicino a un collega, anch’egli convocato in quella data per l’eventuale nomina. Appena un po’ più giovane di Giovanni, con la barba non fatta e le occhiaie di stanchezza del padre che attende notizie dalla sala parto, egli sentì il bisogno di raccontare le proprie traversie professionali a Giovanni, quasi che la cronistoria dei disagi e delle delusioni patite acquisisse ora, in prossimità dell’agognato traguardo della sistemazione, il significato di un disegno provvidenziale sfociato, e non c’era da dubitarne, in un lieto fine.

“Col punteggio di montagna, la graduatoria ciguadagna!” gli aveva detto l’amico dirigente scolastico poco prima di levare la tazzina e di sorbire il caffé col mignolino alzato “Eh, sì…! Stringi i denti, ti fai qualcheanno di purgatorio in un paesino dell’alta Italia più frequentato dai caprioli che dalle persone, ti ossigeni il cervello con un po’ d’aria buona e poi… e poi scendi,impugnando quel punteggio aggiuntivo che ti farà superare frotte di persone nella graduatoria permanente! Qualche colpo te lo manderanno, ma non importa: per firmare il contratto di assunzione ti basta una mano sola! Con l’altra fai i debiti scongiuri… e sei a cavallo!” filosofeggiò l’amico con una sicurezza che avrebbespinto in molti ad assecondarlo, figuriamoci un precario dell’insegnamento di vecchia data con l’acqua alla gola.

A nulla erano valsi i consigli di segno opposto di altri che gli raccomandavano di non essere frettoloso, dato che, in attesa di ottenere la nomina dalla graduatoriadi concorso, avrebbe comunque trovato incarichi annuali sul posto, senza dover vivere il disagio di una trasferta di quel tipo. Alla fine quel povero derelitto era difatti emigrato in un paesino di montagna per insegnare in una piccola scuola, lasciando, con la famiglia e gli amici, la vita di sempre, contando però di recuperarla di lì a un paio d’anni e di riviverla col conforto del posto fisso. E proprio al posto fisso pensava intensamente quando la mattina, per poter usare l’automobile, spalava la neve che nel corso della notte era caduta a larghi fiocchi; ancora il posto fisso aveva in mente nel corso dellelunghe serate invernali, trascorse in quel monolocale al solo conforto dell’obiettivo finale; sempre e solo il postofisso lo salvava, infine, quando si trovava a interloquire con persone che, tra suoni gutturali e parole schizzate fuori da chissà quale alpino anfratto, non facevano molto per farsi comprendere dallo straniero di turno.

Resistette eroicamente, ma… proprio alla fine di quei due anni, con tempismo invidiabile, gli piombò tra capo e collo la sorpresa: niente punteggio aggiuntivo! Per carità di Dio, bisognava alfine essere giusti! La scuola non è forse uguale dappertutto? E perché allora quei favoritismi solo per aver insegnato in gropp aagli orsi? Il povero collega di Giovanni, come molti altri docenti vaganti, aveva quindi fatto ricorso, chiedendoalmeno che la nuova norma non fosse applicata con effetto retroattivo, in modo da consentire a chi si era tanto sacrificato di godere dei frutti del confino montano.

“Per fortuna che si è sbloccata la graduatoria del concorso a cattedre di sei anni fa…! Meno male che sono ben piazzato!” sospirò quel povero disgraziato “Altrimenti, con la carta del ricorso, sai cosa ci potevo fare?”

Quindi si alzò all’improvviso, procedendo in direzione del bagno. Giovanni non sapeva se lo scatto repentino fosse da addebitare a un bisogno impellente o se fosse da mettere in relazione all’ultima battuta pronunciata dal collega. A Giovanni, forse per il suo innato amore di giustizia, piacque propendere per la seconda ipotesi; consegnò dunque alla sua fantasia l’immagine di un uomo che aveva tanto patito e che, nel chiuso di una toilette, estraeva dalla tasca dei pantaloni la carta di un inutile ricorso, oggetto simbolico che avrebbe subito gli effetti della sua sacrosanta rivalsa sulla vita.

Mentre Giovanni continuava dunque ad aspettare la chiamata per il paradiso, ricevette invece al cellulare la chiamata dell’amico Sebastiano Battichiodi.

“Uhhhhhh!” ululò Sebastiano all’orecchio di Giovanni, già pentito di aver risposto “ Giova, non sai cosa ho scoperto… Uhhhhhh! Una cosa dell’altro mondo…!”

Il lettore deve sapere che l’altro mondo di Sebastiano in realtà aveva ben poco di extraterrestre, e ancor meno di metafisico. L’altro mondo di Sebastiano era infatti posto il più delle volte al di là della porta dello spogliatoio che la palestra “Luna Calante” metteva a disposizione delle clienti, oppure stazionava davanti all’obiettivo di un paparazzo che avesse immortalato per conto di una rivista le nudità balneari di una soubrette; l’altro mondo talvolta Sebastiano se lo andava pure acercare appostandosi come un cecchino nelle sale d’aspetto dei medici, per puntare così l’audace accavallo di qualche signora, di cui la sua immaginazione celebrava ogni centimetro di pelle e le ombre più maliziose. Per questo Giovanni aveva pensato in un primo momento di non rispondere, quasi che la volgarità dell’amico potesse profanare la sacralità del momento che stava vivendo. Alla fine, però, aveva deciso di non ignorare gli squilli di Sebastiano, il quale, nonostante la propensione al voyeurismo, era una brava e innocua persona.

“Giovaaaaaaa!!!” proseguì Sebastiano in preda a una rara eccitazione “Guarda: non ci crederai mai!”

E Sebastiano prese quindi a raccontare nei minimi particolari la sensazionale scoperta che aveva fatto navigando in uno di quei siti internet da lui frequentati con grande assiduità, dove aveva trovato un servizio fotografico, ovviamente di alto profilo artistico, che ritraeva due appassionati ballerini. Fin qui nulla di nuovosotto il sole… L’eccezionalità della cosa stava però nel fatto che due succinte righe a mo’ di titolo e sottotitolo dicevano che i due protagonisti, un uomo e una donna entrambi vestiti di una sola mascherina da Zorro e pertanto non identificabili, erano due abitanti della loro città, Castel Chimerico. La coppia era ritratta in una serie di pose che la immortalava nell’atto di ballare un tango, i cui passi erano plasticamente arricchiti dalle aderenze che solo due corpi nudi di sesso opposto potevano ricreare. E non era finita lì! L’amico erotomane giurò poi sul fatto che la stessa dama era protagonista di altri servizi danzanti apparsi sullo stesso sito, che la vedevano ora scatenarsi in un ritmo afro-cubano insieme a un possente uomo di colore, ora esibirsi in un romantico valzer assieme a un cicisbeo con una vistosa parrucca applicata sul pudico cranio.

Giovanni, per quanto sincero ammiratore dell’amico per la sua strabiliante capacità di fare tutto con una sola mano, forse anche comporre il numero di telefono, provò tuttavia un senso di disgusto nello stridente accostamento tra il suo personale momento esistenziale, ormai prossimo al coronamento di uno straordinario successo, e lo squallido momento esistenziale dell’amico, lascivamente impelagato nel marasma dellasua perversione sessuale; troncò pertanto bruscamente la conversazione, e si rimise ad attendere il proprio turno di nomina.

Il racconto dell’amico gli tornò però in mente di lì a pochi minuti: Giovanni riuscì tuttavia ad allontanare subito tale pensiero, rendendosi conto di essere fortunato ad avere con sé una donna come Eleonora,una che il tango, il valzer e la danza afro-cubana li ballava solo durante i corsi della palestra ”Luna calante” e, comunque, sempre vestita in modo acconcio. Giovanni, tornato in sé, si ritrovò seduta al proprio fianco una collega, la quale, in evidente stato confusionale,si mise a parlare con lui con grande familiarità, come se lo conoscesse bene e stesse ora continuando un discorso iniziato in precedenza.

“Ahhh, ma io non mi faccio fregare più!” disse con decisione mista a risentimento “Se anche stavolta mi hanno convocata per poi non nominarmi, lo so io cosa faccio: prendo la leggina giusta… e buonanotte a tutti!”

La sparata fu accompagnata dal gesto eloquente delle dita della mano destra, che si chiusero per raccogliere da terra un’immaginaria norma giuridica messa lì apposta per essere usata come scappatoia o soluzione di emergenza.

“A mali estremi, estremi rimedi!” tuonò con gli occhi spiritati e i capelli scarmigliati levando il pugno chiuso in aria, non già con un significato ideologico, che sarebbe stato peraltro assai fuori luogo, ma per convogliare verso l’obiettivo le proprie energie vitali  “Mispavento forse perché sono una povera orfanella, secondo te?” disse a Giovanni, sempre più imbarazzato “Ma io mi prendo mio suocero, lo metto a letto, e poi vediamo se non passo davanti a tutti in graduatoria! E come farei a badare a quel povero infermo! E mica potrà fare footing la mattina ancora a lungo…! Prima o poi finirà le energie! Si romperà pure una gamba! Oppure gliela rompo io, se non la smette di fare il giovanotto!

”Giovanni era letteralmente basito. Osservò la pazza che si allontanava, anche lei verso il bagno. Che avesse anche lei qualche rivincita da consumare? Boh…Non crediamo… In fondo la carta lei non ce l’aveva ancora in mano…

Di lì a poco un impiegato dell’Ufficio Scolastico Regionale uscì nella sala d’attesa dove erano acquartierati gli aspiranti alla cattedra a tempo indeterminato.

“Ecco, ci siamo!” pensò Giovanni con il cuore che gli andava a mille.

Non proprio, purtroppo. L’impiegato di cui sopra annunciò infatti che una comunicazione ministeriale giunta quella mattina stessa imponeva il blocco delle nomine, per lasciare posto all’immissione in ruolo di precari ormai prossimi alla pensione.

Inutile dire che in quel frangente Giovanni soffrì profondamente. In silenzio, ma assai intensamente. È vero: Giovanni era abituato a inghiottire… E difatti inghiottì anche in quell’occasione, sebbene quel boccone gli risultasse più amaro degli altri, forse perché negli ultimi tempi aveva rigirato un po’ troppo spesso in bocca la caramellina della speranza, confezionata con un dolcificante che, il più delle volte, riproduce solo pallidamentee per pochi attimi la sensazione dello zucchero.

Per fortuna l’impiegato che aveva offerto ai presenti la sgradita comunicazione aveva subito puntualizzato, anche per salvarsi la pelle, che si trattava non di una revoca, ma di uno slittamento di un anno. Giovanni,tra i primissimi della graduatoria, avrebbe dunque dovuto aspettare “appena” dodici mesi. Considerato poi che il matrimonio con Eleonora sarebbe stato celebrato non prima dell’estate successiva, di lì a un anno si prospettava per il nostro eroe un periodo glorioso, incui avrebbe mietuto, uno dopo l’altro, due tra i successi più alti che si aspettasse dalla vita. Se poi qualcosa si fosse sbloccato in seno al partito, allora ci sarebbe stato veramente da preparare la corona d’alloro per Giovanni“Augusto” Eufemi…!

Se quell’anima candida di Giovanni trovò quindi il modo per consolarsi quasi all’istante, non fu così per tutti gli astanti.

Il reduce dal biennio alpino, appena uscito dal gabinetto, rimase come pietrificato al sentire la notizia; poi, in un attimo di lucidità, si voltò verso la ritirata con espressione costernata, consapevole del fatto che la carta del ricorso se l’era ormai, per così dire, giocata…

La stralunata che per la cattedra sarebbe stata disposta a gambizzare il caro suocero, invece, cominciò a strillare e a dimenarsi come una strega indemoniata al di fuori della stanza dove si erano asserragliati prudentemente i dipendenti dell’Ufficio Scolastico Regionale, fino a quando non fu portata via a forza da un pover’uomo dall’aspetto provato, che doveva essere il marito o un infermiere del pronto intervento.

Un vero e proprio pandemonio esplose di lì a poco: la folla dei più esagitati si sostituì alla megera appena rimossa e cominciò a dare calci e spallate alla porta del quartier generale dei funzionari dello stato tiranno, che, nel frattempo, avevano addossato alla porta stessa i mobili dell’ufficio per evitare l’irruzione dell’orda barbarica. Qualcuno dei docenti delusi pensò di appiccare un incendio ai piedi della porta per affumicare ben bene gli occupanti e costringerli così alla resa, onde ottenere, se non il posto, anch’esso andato in fumo, quanto meno un minimo di sterile soddisfazione per le loro pruriginose mani. Fu in quel clima di assedio a Fort Apache che intervenne la polizia, la quale non si astenne dal lanciare i lacrimogeni per disperdere quei sanculotti della cattedra… Aggiungendo così altro fumo a quella inconsistente giornata.

 


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