7.m La missione di San Silvestro

La missione di San Silvestro (Seconda parte)

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La mattina del giorno successivo, il 29 dicembre, l’indefesso signor Alvaro era di nuovo in marcia. Il secondo bersaglio da centrare era un uomo di mezza età che rispondeva al nome di Giovanni Flacco. Il nostro eroe lo conosceva bene, dato che per alcuni anni, quelli precedenti il suo pensionamento, era stato suo collega di lavoro. Il rapporto tra i due era continuato poi anche in seguito, assumendo la forma di una stretta amicizia, che però, coinvolgendo persone con una evidente differenza d’età, aveva assegnato al più vecchio, vale a dire ad Alvaro, il ruolo di mentore e padre putativo, e al più giovane, Giovanni Flacco, appunto, quello di figlioccio.   

Negli ultimi tempi Alvaro aveva scorto nel caro Giovanni i segni di una depressione incipiente, che aveva manifestato l’ultimo e preoccupante sintomo nella sbandierata volontà di trascorrere in casa l’ormai prossima notte di San Silvestro. Inammissibile! Inaccettabile! Inconcepibile!   

Quando Alvaro si trovò davanti alla porta dell’appartamento di Giovanni Flacco,  il dito indice della mano destra che si mosse per suonare il campanello non era un semplice dito, ma la punta acuminata di una volontà ferrea, determinata a raggiungere lo scopo prefissato con una tattica impostata, questa volta, sull’onda d’urto di un attacco veloce e veemente.  

Giovanni era, manco a dirlo, in casa, con un pallore da sepolto vivo che, non essendo nascosto nemmeno in parte da baffi o barba, si mostrava spettrale sul volto dell’uomo, come se il sangue non fosse in grado di raggiungere tutti gli angoli di quel corpo dalla figura allampanata per irrorarne di colore le sfibrate membra.     

“Giovanni!” esclamò con piglio autoritario Alvaro Prevosto, che in quell’incipit voleva condensare il senso di un “A noi!” d’altri tempi, che l’evolversi della storia e l’opportunità politica sconsigliavano di riproporre letteralmente “Giovanni! O reagisci, o ti prendo a schiaffi!”  

“Ma tu guarda se un povero disgraziato deve essere trattato così…” disse Giovanni con tono da derelitto “Ma pure tu ti ci metti? Non bastano quelli che mi guardano storto in ufficio, i miei presunti amici che mi sbertucciano perché, a quasi cinquant’anni, sono ancora un semplice impiegato, mentre loro…”  

“Giovanni! Giovanni! Basta con le manie di persecuzione! Tu non hai proprio niente che non vada! L’unica cosa di cui avresti bisogno, a mio parere, è una sacrosanta stabilità sentimentale… Sì, una mogliettina per bene che si prenda cura di te e ti doni quella serenità che ti manca. Proprio per questo…” e tirò fuori dalla tasca della giacca un foglio con un indirizzo scritto a penna “tu, la sera del 31 dicembre, ti recherai al veglione in casa delle signorine Malfatti… Due ragazze come se ne trovavano una volta… Guarda, mi ricordano la mia cara Eulalia, madre dei miei figli e donna santa e morigerata…”  

“Le Malfatti?” fece Giovanni “Ma chi? Quelle coi baffi? Quelle che ogni anno organizzano questo veglione per tentare di accalappiare qualche sprovveduto? E le chiami ragazze? Ma se avranno più o meno la mia età? Mi vuoi forse male, Alvaro? Ti vuoi vendicare di me per qualche motivo a me ignoto? Già ho un piede nella fossa… Mi vuoi cancellare del tutto dalla faccia della terra? Non se ne parla nem…”  

Sciaff! Sganascc!  

Il povero Giovanni non fece in tempo a terminare le sue recriminazioni che il nostro eroe lo colpì con due poderosi ceffoni sulle guance, uno di dritto e uno di rovescio.  

“Te li avevo promessi gli schiaffi… O no?” gridò Alvaro al figlioccio, tramortito dalla sorpresa e dalla virulenza dell’affronto subito “Tu ci andrai a casa Malfatti! E ti assicuro che non te ne pentirai! Chiaro?”  

Riacquistato però un minimo di lucidità, Giovanni Flacco pronunciò un altro “No!”. Mai l’avesse fatto! L’affezionatissimo Alvaro non aveva difatti intenzione di cambiare approccio in corso d’opera con lui, così come aveva fatto col nipote il giorno prima; per il figlioccio, ne era convinto, bastava intensificare l’attacco, facendogli l’ellettroshock a furia di manrovesci.    

Giovanni cercò rifugio in tutte le stanze dell’appartamento, mentre fuggiva e dichiarava i suoi “No!” al suo mentore e a quella cura così poco ortodossa, che, data la gravità del caso, Alvaro decise di somministrare in modo prolungato, tanto in cucina, dove Giovanni fu acciuffato per il bavero della camicia e riempito di sganassoni, quanto in bagno, dove Giovanni fu bloccato, adagiato sulle gambe del suo infermiere e carnefice e sculacciato senza parsimonia. Il male era d’altronde radicato e necessitava pertanto di trattamenti accurati e ripetuti.  

Acciuff! Atterr! Stang! Sbem!  

“Reagisci, Giovanni, reagisci! Ascolta chi ti vuol bene!” urlava pietoso Alvaro “Allora, ci vai al veglione delle Malfatti?”  

Alla fine Giovanni Flacco guarì. E promise… Certo, lo fece con un fil di voce, perché si sa che la convalescenza è contrassegnata dalla debolezza. Ma lo fece…  

Alvaro Prevosto aveva vinto ancora. Rimaneva ora da mandare in scena il terzo atto dell’opera.   

La mattina del 30 dicembre egli era quindi ancora in marcia, alla volta dell’abitazione di Ivan Gallonati, giovane manager di un’importante azienda della zona che, da professionista rampante qual era fino a poco tempo prima, si ritrovava adesso in una condizione di tale apatia da rinunciare al veglione di Capodanno. Il suo caso era stato segnalato ad Alvaro dal titolare dell’azienda in questione, il dottor Serpelloni, il quale, allarmato dal fatto che il Gallonati avesse rifiutato di partecipare alla sontuosa festa organizzata per la sera del 31 dicembre nella sua villa stellare con piscina e campo d’atterraggio per elicotteri, aveva richiesto l’intervento del factotum Alvaro Prevosto, da lui indicatogli da un alto papavero del suo partito di riferimento, evidentemente il medesimo del nostro eroe. L’industriale temeva che il malumore di uno dei suoi manager potesse condizionare negativamente il suo rendimento professionale, che richiedeva, per il conseguimento della piena efficienza, energia e intraprendenza, senza dubbio irreperibili in un’indole chiusa e scontrosa.  

Introdotto in casa dallo stesso Gallonati, preventivamente avvertito di questa singolare visita dal suo datore di lavoro, il quale lo aveva praticamente costretto a prendersi un giorno di ferie per accogliere questo rinomato esemplare di taumaturgo, Alvaro si accomodò assieme all’ospite, sbarbato a dovere e vestito di tutto punto come se si trovasse in riunione col capo, in un salotto lindo e precisino, arredato secondo i dettami del gusto contemporaneo, orientato in senso minimalista e tinteggiato con colori pastello assai chiari, tra i quali un verde pisello che al nostro eroe, abituato alla mobilia classica in noce scura della signora Eulalia, fece quasi accapponare la pelle.  

“Dottor Gallonati,” esordì Alvaro con tono pacato ma sicuro “poiché io non amo i preamboli, e lei sicuramente non ama perdere tempo, arriverò subito al dunque. Saprà meglio di me quanto sia importante, oggi giorno, apparire in pubblico, mettersi in mostra ad ogni occasione. E non solo perché fare vita sociale in compagnia delle persone che contano ti consegna un riconoscimento d’importanza molto più prezioso di qualsiasi attestato di laurea, ma anche per la possibilità di intrecciare rapporti e fare amicizie che sempre, nel corso della vita, servono per avere un sostegno o una spinta nei momenti cruciali. Il dottor Serpelloni l’ha presa a ben volere… Ha grande fiducia in lei… Credo che provi addirittura un paterno affetto nei suoi confronti… E lei ha il dovere di ricambiare tanto la fiducia quanto l’affetto. Cominci con l’andare alla famosa festa di San Silvestro… In quella villa da favola… Magari ci potessi andare io…”  

“Veda, signor Prevosto,” rispose il Gallonati come in preda a uno sconforto che gli saliva dal cuore “io mi rendo perfettamente conto di quanto mi dice, ma… In mezzo a quegli industriali io non mi ci ritrovo… Sono pacchiani, volgari, ignoranti… Sanno solo parlare di lavoro e sfoggiare articoli di lusso… Signor Prevosto, io qualche anno fa avevo tante idee, tante aspirazioni… Mi sembrava che al successo si accompagnasse inevitabilmente anche la classe, il decoro, e, perché no, anche la possibilità di pensare a far del bene agli altri… Pensavo che la posizione professionale e sociale di alto lignaggio dovesse contribuire ad affinare, quasi fosse nell’ordine naturale delle cose, una sensibilità di rango altrettanto elevato… Allo stato attuale, verificato che così non è, sto seriamente pensando di cambiare strada. Si figuri che ho cominciato anche a scrivere un romanzo…”  

Sentendo la parola “romanzo”, ad Alvaro ritornò in testa l’immagine del figlio ragioniere e padre di famiglia, che, come abbiamo già ricordato, era riuscito a salvare anni prima dallo stesso tipo di sbandamento esistenziale. Al solo pensiero del pericolo corso gli si rizzavano tuttora i capelli in testa. Capì che ancora una volta doveva mostrare al suo interlocutore quanto fosse preferibile mantenere la propria posizione piuttosto che abbandonarla, condizione essenziale per cercare poi,  per quanto possibile, di plasmarla e di adattarla alle proprie inclinazioni.  

“Dottor Gallonati, lei ha ragione!” disse Alvaro, cogliendo di sorpresa il suo interlocutore con un’uscita che, di primo acchito, sembrava in contrasto con lo scopo della sua visita “le faccio però umilmente osservare che la realtà non è immutabile. Chiunque sia in possesso, come lei, di grandi e nobili qualità, può cambiare le regole del gioco. Guardi, glielo dico senza nessun interesse personale, ma soltanto per la simpatia e la stima che le sue parole hanno ispirato in me: rimanga al suo posto. Accetti ciò che le viene chiesto, inghiottisca qualche rospo, se occorre: si renderà conto in seguito se ne sarà valsa o meno la pena. Quando avrà il coltello dalla parte del manico, saprà lei quale indirizzo dare agli eventi. Mi creda: un giorno sarà lei il Serpelloni della situazione. E se ci sono in giro altri giovani come lei, che chiedono un’economia e una società dal volto umano, vedrà che si imporranno come lei e insieme a lei collaboreranno. E allora… vedrà! Il disgusto di oggi costituirà la sua forza per il cambiamento!”  

Alvaro, terminata la concione, si sentì come stordito. Forse la sequela di fregnacce che aveva dovuto partorire per pungolare l’idealismo del Gallonati, distogliendolo dalle pagine dell’insulso romanzo per dirottarlo sul piano professionale e sociale, lo aveva drogato. Gli ci sarebbe voluta una bella cura disintossicante a base di pane e realtà. L’importante, però, era verificare se tali idiozie avessero lasciato un segno nell’animo del manager pentito. Il quale se ne stava assorto in meditazione, con lo sguardo perso nel vuoto. Quando le di lui pupille riacquistarono presenza alle cose circostanti, si indirizzarono verso il Prevosto oratore, sul quale rimasero per alcuni secondi, e… tombola! Non è dato sapere se nel Gallonati avesse fatto maggiormente effetto lo sproloquio che si era sciroppato o il pensiero che sarebbe stato comunque preferibile venire incontro all’invito del Serpelloni per non perdere il lavoro, fonte di entrate molto più sicura della carriera di letterato imbrattacarte. Fatto sta che la vittoria arrise ancora al nostro eroe, che si congedò spossato ma trionfante dal Gallonati.  

E così giunse la sera del 31 dicembre. Alvaro era seduto con la moglie Eulalia sul divano del soggiorno, in attesa degli ospiti che erano stati invitati a casa loro per festeggiare il nuovo anno. Agghindati come i testimoni di un matrimonio dell’alta società, stavano godendosi gli ultimi momenti di calma prima della baraonda festaiola, che li avrebbe coinvolti anche in qualità di cerimonieri al servizio degli illustri convitati, tra i quali spiccavano un paio di dirigenti politici locali, un noto avvocato e un porporato, cugino di secondo grado della signora Eulalia. Alvaro stava ricapitolando alla consorte le vicende degli ultimi giorni, come spesso era solito fare per gustare appieno il sapore di un successo e per farsi rivolgere da lei sperticati complimenti, pronunciati ancora oggi, dopo quarant’anni di unione, con lo stesso sguardo sognante e rapito di quando, teneri piccioncini da poco fidanzati, tubavano sulla panchina del parco, elencando punto per punto i capisaldi della loro felicità futura, dal nido nuziale al figlio ragioniere.  

“Alvaro, certo che ti dovrebbero fare un monumento!” cinguettava lei, ritornata per un attimo ragazza, mentre lui accoglieva lo sguardo della compagna di sempre mettendolo in archivio insieme a tutti gli altri consegnatigli in passato “Quel povero Massimo… Speriamo che abbia capito la lezione! In fondo è un così bravo ragazzo… Mi sa che a forza di studiare ci si allontana dalla vita… Bisognerebbe fare come te… Un diplomino e via, a lavorare e a mettere su famiglia!”  

In quello stesso momento Massimo stava effettivamente dimostrando di aver capito la lezione. A casa del figlio dell’onorevole Santoni sembrava rinato: barba accorciata e ripulita, profumo francese del noto stilista,  spezzato giacca e pantaloni con maglione a girocollo freschi di bucato. Chiacchierava disinvoltamente ma in maniera forbita, scambiando, assieme alle parole, gomitate d’intesa con chicchessia ogni qual volta si toccasse il tema della politica, a dimostrare l’orientamento unidirezionale e illuminato di quel consesso; faceva poi occhietti semilanguidi e battute brillanti a una giovane artista, propugnatrice della “Pattume Art”, un innovativo genere di scultura che ricreava immagini e suggestioni forti a partire dalla combinazione di cartacce unte e maleodoranti, bucce di banana e cilindri di cartone, preziosa reliquia di un rotolo di carta igienica..      

Purtroppo, vinta e soggiogata la sua non facile natura, fu il destino a colpire impietoso il Prevosto nipote…   

Infatti, mentre il salotto era gremito di gente raffinatissima e in piena concordia umana e intellettuale, Massimo udì le grida spaventate di alcune donne. Non capì subito cosa stesse succedendo. Non riuscì a decifrare il significato, oscuro per lui e per tutti gli astanti, della situazione che si era in un attimo determinata. Per quanto si sforzasse, non riusciva a comprendere perché quel giovane colto e raffinato, entrato in casa come intellettuale medio orientale amico di uno degli altri invitati, si fosse ad un certo punto alzato il maglione nel mezzo della sala, mostrando a tutti la cintura di candelotti di dinamite che indossava a mo’ di panciotto. Non capiva nemmeno perché, fattosi portavoce di tutti, quel ragazzo non ascoltasse le sue rassicuranti parole; perché, pur comprendendo perfettamente l’italiano, non fosse toccato dal fatto che quella congrega di persone dotte e sensibili si dichiarasse, ora come in passato, sua amica e sostenitrice della causa del suo popolo, come lui nemica dell’imperialismo, della globalizzazione e del Grande Nemico d’oltreoceano, rispettosa della diversità fino al relativismo culturale. Ma il giovane con la dinamite, con la fiera cupezza del suo sguardo, oppose a quell’inutile tergiversare i propri argomenti, per Massimo ancora più incomprensibili di quelli dello zio Alvaro, e ancora più inquietanti. Furono le ultime cose che non capì nella sua breve vita. Poi, dopo il boato, solo il silenzio.   

Il rumore della deflagrazione non arrivò fino a casa di Alvaro, che viveva dall’altro lato della città, o forse si confuse con le esplosioni pirotecniche della fine dell’anno.  

Alvaro ed Eulalia erano ancora sul divano, e continuavano a parlare. Gli ospiti illustri non erano ancora arrivati, e il discorso scivolò su Giovanni Flacco, in quel momento a casa delle signorine Malfatti.  

“Alvaro, ma come hai fatto a convincere quel misantropo di Giovanni?” diceva la signora Eulalia con gli occhi pieni di orgoglio, benedicendo in cuor suo il frangente che le aveva permesso di incontrare quel concentrato di iniziativa e generosità che era suo marito “Avrai dovuto forzarlo…!”  

“Non più di tanto, Eulalia mia, non più di tanto…” rispose il coniuge con malcelato compiacimento “Diciamo che ho colpito nel segno… Non servono fiumi di parole per far vacillare l’umana natura… Sono sufficienti pochi colpi bene assestati…”  

Proprio quei colpi bene assestati facevano sì che nello stesso preciso momento il povero Giovanni soffrisse le pene dell’inferno per rivolgere alla minore delle Malfatti un sorriso di circostanza a trentadue denti (alcuni dei quali scheggiati o dondolanti), complicato, più che dall’insincerità dell’atto, dal dolore alla mascella.   

La signorina stagionata non pareva però avvedersene e si muoveva sbarazzina e frizzante attorno all’ospite, mentre la sorella maggiore rivolgeva le sue attenzioni ad un’altra preda, un vedovo sessantacinquenne che non era certo da buttare, dato che oggi anche un uomo di quell’età, come recitavano le fiabe della zia Clotilde, può essere giovanile e affascinante.    

La suddetta zia, mentre in soggiorno divampavano ormai le discussioni degli invitati, stava in cucina a preparare gli antipasti. La brava donna, ormai in là con gli anni, non si dava pace riguardo al fatto che le due nipoti, peraltro ben sistemate dal punto di vista lavorativo e finanziario, non avessero ancora trovato l’anima gemella. Temendo che anche per loro si stese profilando lo stesso destino di zitella che lei, quanto meno, si era scelta (forse questa era un’altra delle sue fiabe), aveva giurato sulla tomba della povera sorella di dedicare ogni minuto che le rimaneva da vivere alle due ragazze, come ancora le chiamava, onde aiutarle a raggiungere quell’abito nuziale che ogni donna meriterebbe di indossare una volta (per carità, non di più…) nella sua vita. Per questo brigava, organizzava appuntamenti, si faceva carico del peso di feste e veglioni, soprattutto sul piano gastronomico, essendo lei una cuoca provetta.   

Purtroppo, si sa, le persone anziane sono come i bambini, e se s’impuntano non vogliono sentire ragioni. A cosa serviva quella bombola a gas, le chiedevano sovente le nipoti? Abbiamo il metano, il forno elettrico, quello a microonde… Ebbene, le specialità di famiglia, che la zia Clotilde aveva appreso dalla nonna, dovevano essere cucinate come quando loro due erano bambine. Vostro padre era stato conquistato così dalla vostra povera madre… Lasciate fare a me.  

Quella sorta di superstizione non aveva mai portato a dei buoni risultati, ma almeno non aveva recato danni. Non fu così quella sera. Una perdita di gas seppellì sotto le macerie i sogni delle Malfatti, la voglia di riscatto personale che la zia Clotilde aveva trasferito sulle nipoti, la speranza di ricominciare del vedovo sessantacinquenne. Il più fortunato fu Giovanni Flacco: presentatosi alla festa senza speranze, rintronato dai colpi di Alvaro e della vita, accolse probabilmente l’evento, sempre che avesse avuto il tempo di accorgersene, in stato di incoscienza, come l’ultimo insensato accadimento a lui toccato in sorte.   

Anche l’eco di questa tragedia non giunse alla casa dei Prevosto, forse perché entrambi erano assordati dall’eco della contentezza per il bene elargito. Non solo a parenti e amici, ma anche ad amici di amici come il manager Gallonati, il quale, a quell’ora, stava senza dubbio beneficiando della loro disinteressata bontà.  

In effetti la villa del già citato Serpelloni era di già piena di bei vestiti e di gioielli, recatisi sul posto con macchine lussuose ora parcheggiate lungo il viale alberato che, partendo dal cancello, portava all’ingresso. Ivan Gallonati chiacchierava come facevano gli altri, anche se forse con meno convinzione degli altri; anche le occhiatine depositate di sottecchi sulle generose scollature di signore e signorine dal ruolo sociale non sempre definito, alcune delle quali presentate come mogli, altre non presentate se non con il nome di battesimo, e allora qualificabili come amanti, accompagnatrici occasionali o prezzolate, rispondevano, più che ad un interesse prorompente dal fondo della natura maschile, ad un atto meccanico figlio di un’abitudine formatasi in tempi più fortunati e spensierati di quello presente. Anche l’attesa per l’arrivo in elicottero del ministro Savoldello, che occupava le menti degli astanti, coinvolgeva il nostro Gallonati fino ad un certo punto, limitatamente, cioè, a quel poco di falsa agitazione che era giusto far trasparire all’esterno, per far capire che si faceva parte della stessa allegra combriccola.  

E faceva male il Gallonati a non essere teso… Se lo fosse stato, magari ad un certo punto della serata avrebbe avvertito un lieve capogiro, e sarebbe uscito in giardino per prendere una boccata d’aria. E non avrebbe avvertito il boato prodotto dall’impatto tra l’elicottero e il tetto della villa, che il pilota del ministro, per malore, scarsa visibilità o disattenzione, aveva scambiato per la pista d’atterraggio posta nelle vicinanze dell’abitazione; non avrebbe avvertito neanche lo scricchiolio sinistro della struttura della casa e non avrebbe assistito al crollo della stessa sotto il peso dell’apparecchio, né avrebbe provato la stranissima sensazione di alzare istintivamente la testa e di vedere per un attimo la volta stellata dall’interno di una sala lussuosa, poco prima di essere coperto, lui e la sua storia, da un meteorite di calcestruzzo.   

Ma finalmente, a casa Prevosto, si sentì suonare il campanello. I primi invitati erano dunque arrivati. La signora Eulalia si alzò di scatto per assolvere al suo compito di padrona di casa, mentre Alvaro rimase al suo posto ancora per qualche secondo. Giusto il tempo per mettere il sigillo al ricordo di quanto aveva fatto negli ultimi giorni, esclamando tra sé e sé con i volti di Massimo, Giovanni e Ivan che gli danzavano in testa:  

“Non c’è che dire…! Non so per il futuro… ma, almeno per questa sera, i miei cari amici li ho proprio sistemati per bene!”

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