7.i La guerra degli Scipioni

La guerra degli Scipioni (dal cap. V)

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 Purtroppo Antonio non ebbe risposta dal Colle. Bisognava a quel punto elaborare un’altra strategia, che riuscì ad attuare grazie al paziente zio Ernesto, ben ammanicato non solo in ambito laico, ma anche presso le alte sfere ecclesiastiche.

Fu così che la strana coppia si ritrovò a far anticamera in attesa che Antonio fosse ricevuto dal vescovo, di fronte al quale avrebbe perorato la sua causa, a questo punto divenuta, data la connotazione religiosa dell’autorità cui stava per rivolgersi e l’invasamento mistico del nostro eroe, una vera e propria richiesta di beatificazione in vita. Antonio era difatti convinto che colui che ben operava nella professione e nella società non poteva non essere considerato anche un buon cristiano, quantunque poco avvezzo alla frequentazione della chiesa e dei suoi riti. Ragionamento che in verità non convinceva più di tanto lo zio Ernesto, il quale, però, in ragione del rispetto che portava per la memoria del compianto fratello e di un probabile appannamento della lucidità mentale che troppo avventurosamente abbiamo sbandierato in precedenza, si era lasciato coinvolgere dal nipote in quella bislacca iniziativa, senza tuttavia rinunciare a catechizzarlo prima che fosse introdotto al cospetto del presule.

Quel buon vecchio, sapendo infatti quanto Antonio fosse lontano dalle formule del galateo, e ancor di più in un contesto, quello religioso, col quale tutti i figli del defunto fratello avevano poca confidenza, volle sincerarsi che il nipote sapesse come rivolgersi a quell’alto prelato in modo conveniente.

«Ma certo, zio, al vescovo devo rivolgermi con un bel “Eminenza”!» disse Antonio accennando un inchino con fare da presa in giro. «Me l’hai ripetuto anche poco fa, mica sono scemo!»

«Ma quale “Eminenza” d’Egitto! “Eccellenza”, ti ho detto… Eccellenza! Eminenza lo dici al cardinale! Ma vuoi far fare brutta figura anche a me? Già che non sono ancora convinto di aver fatto bene a darti retta… Per me, te lo ripeto, era meglio andare dal prefetto, di cui conosco benissimo il padre, mio compagno di classe alle elementari… Ma tu dici che col potere laico non c’è niente da fare e che è il caso di tentare con quello religioso… E allora eccomi qui, a tremare per te e per il nome della famiglia… Ma tuo fratello Giovanni non ti ha detto che…»

«Giovanni» rispose piccato Antonio «non conosce per fila e per segno i miei movimenti… Né devo sentirmi in dovere di informarlo in merito… Il maggiore, in fondo, sono io… E poi lui non mi capisce davvero fino in fondo, e mi ostacolerebbe…»

«Già…» concluse amaramente lo zio Ernesto. «Ti ostacolerebbe… Ed è quello che dovrei fare pure io, se non mi fossi del tutto rincitrullito… E se questa tua balzana idea non avesse un po’ infervorato anche me, facendomi ricordare quelle battaglie sindacali che… Mah, va bene… È acqua passata» disse sospirando. «Dai, ti fanno cenno di entrare! E mi raccomando… “Eccellenza!”»

Ciò che seguì lo racconteremo in breve. Rimasto al di fuori dello studio del vescovo, lo zio Ernesto rabbrividì letteralmente nel sentire Antonio che esclamava a gran voce “Buongiorno, Commendatore!” e nell’intravedere, prima che la porta si chiudesse del tutto, che il nipote aveva letteralmente ghermito la mano del presule non già per baciarne l’anello, ma per stringerla calorosamente, come si farebbe con l’amico d’infanzia ritrovato per caso dopo tanti anni. Poi il povero ottuagenario non vide e non sentì più alcunché, fino a quando Antonio non uscì come una furia dalla stanza dell’incontro e lo prese sottobraccio per trascinarlo via, borbottando nel frattempo frasi sconnesse a proposito di una Chiesa sempre più lontana dai fedeli e pienamente coinvolta nel degrado delle più alte istituzioni umane.

Dopo questo episodio ci fu un periodo di profondo scoramento per la famiglia Scipioni, innanzitutto a causa della sorte toccata allo zio Ernesto, che nel giro di poche ore si mise a letto per poi rendere l’anima a Dio di lì a tre giorni, quindi per la salute psichica di Antonio, che peggiorò in maniera preoccupante, al punto da convincere il medico, i parenti, il sindaco e l’amministrazione comunale tutta riguardo all’opportunità di prolungarne, anche per motivi di ordine pubblico, il congedo dal lavoro.

Durante il funerale dello zio Ernesto si respirava un’aria strana, quasi inverosimile. Come spesso succede in occasione del decesso di una persona piuttosto anziana, il dolore pareva circoscritto giusto ai parenti più stretti, come la moglie o i figli, mentre nelle parole e nel contegno degli altri astanti prevaleva quella forma di stoica e anche un po’ cinica rassegnazione che porta a dire: “Beh, in fondo era vecchio…”, oppure “Meglio adesso che era ancora autosufficiente… Che vita sarebbe stata se si fosse salvato, ma rimanendo a letto fino alla fine dei suoi giorni… Magari per qualche anno ancora… No, no, meglio così per tutti, anche per la famiglia, che per accudirlo sarebbe stata costretta a chissà quali sacrifici…”. Non è quindi raro, in situazioni del genere, sentire, nei capannelli che si formano qua e là, certi discorsi che con il cordoglio e il raccoglimento hanno poco a che vedere. Ecco allora che in fondo al corteo funebre il marito chiedeva alla moglie: “Che ci mangiamo per cena?”, oppure crocchi di soli uomini che afferravano con parole lubriche e sguardo sottilmente lascivo le invitanti rotondità esposte da una bella signora che, con la scusa del lutto, aveva indossato un abito nero che di funereo avrebbe avuto solo il colore, ma in questo caso nemmeno quello, scolpito com’era attorno a quelle forme generose. Ma in fondo la vita doveva pur continuare…

Per fortuna o purtroppo. E davvero non sappiamo se Paolo Scipioni, presentatosi alle esequie dello zio insieme ai fratelli, in tale frangente della sua esistenza avrebbe sottoscritto il suddetto “per fortuna”. Perché Paolo era davvero in crisi… Crisi nera! Nella sua testa girava un solo pensiero, un solo dilaniante dubbio che il fratello Giovanni non era riuscito a sciogliere con il famoso colloquio avvenuto nel bar. Proprio per questo Paolo decise di avvicinarlo nuovamente, mentre Giovanni seguiva con una certa apprensione il comportamento di Antonio, che, probabilmente colto da un’ansia di espiazione, si era messo tutto contrito sotto la bara dello zio per portarla a spalla insieme ad altre persone. Paolo, ormai alla deriva, inchiodò il fratello in un angolo del cimitero, quando il corteo era giunto a destinazione. Il più giovane degli Scipioni sembrava uno di quegli ambulanti che ti si parano davanti per strada per bloccarti il passaggio e ti tendono anche la mano, non certo per gentilezza ma per ancorarti nel punto in cui ti trovi e bombardarti così di lamentele e richieste d’acquisto. Intorno ai due c’erano persone che notarono lo strano conciliabolo, riconducendo però lo stato emotivamente provato di Paolo al dolore per la perdita del caro parente. Paolo sollecitò dunque Giovanni a dargli quella risposta che sentiva di non aver ricevuto in quel bar di Via Quarantotto. Giovanni, però, con la fotografia della signora Giacinta, vedova Pepitoni, che da dietro gli faceva capolino all’altezza dell’anca reclamando, con gli occhi severi, il rispetto di quel luogo di riposo eterno, ribadì che lui la risposta gliel’aveva già data, e che avrebbe dovuto coglierla anche qualora l’avesse espressa confusamente o in forma implicita. Lui gli aveva già detto di rimanere con la moglie! E se non era stato chiaro allora, finalmente, dopo questa spiegazione, non ci sarebbero stati più dubbi.

Paolo accolse la temuta risposta come un colpo d’arma da fuoco in pieno petto. Anche la risposta contraria, a dire il vero, sarebbe stata accolta allo stesso modo. Paolo si allontanò dal fratello prima indietreggiando, poi voltandosi di scatto e barcollando in direzione del punto del cimitero dove stava per essere tumulato lo zio Ernesto. Per rendergli omaggio, forse, oppure per chiedere anche a lui consiglio sulla questione che gli travagliava il cuore. Era la prima volta in vita sua che Paolo si accingeva a fare sentitamente qualcosa che avesse una vaga attinenza col metafisico, sebbene in questo caso sembrasse più un atto di pagana negromanzia. Paolo si avvicinò quindi alla bara ancora scoperta, fissò in volto lo zio e gli pose per garbo e cortesia la domanda retorica che potrebbe suonare press’a poco così: “Perché, caro zio, ti è successo questo? Perché ci hai lasciato?”. Poi, continuando a fissare lo zio che, se avesse potuto, avrebbe risposto a quella prima domanda: “Chiedilo a tuo fratello Antonio!”, gli rivolse a bruciapelo la domanda che davvero gli stava a cuore: “Ma, secondo te, Eleonora è la donna giusta per me?”

A questo punto ignoriamo quale risposta avrebbe dato il buon Ernesto, se avesse potuto. Riteniamo comunque che Paolo non ne sarebbe stato in ogni caso soddisfatto, quand’anche quel povero trapassato l’avesse espressa in modi urbani e persuasivi. Paolo si allontanò allora sconvolto dalla bara, e qualcuno, commosso da quella scena di straziante dolore per la perdita del proprio congiunto, avrebbe voluto corrergli dietro per consolarlo e assisterlo in quella dura prova. Ma nessuno lo fece. In quell’ambigua situazione, l’unica cosa che a Paolo risultava chiara era che avrebbe dovuto risolvere quella questione per conto proprio.

 


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