7.h La guerra degli Scipioni

La guerra degli Scipioni (dal cap. IV)

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Nei giorni successivi, incredibile a dirsi, le vicende scolastiche, per quanto irte di problemi, ebbero un effetto divagante su Giovanni, poiché gli offrirono la possibilità di distanziarsi, almeno per qualche ora, da quella congerie di problemi familiari che lo stavano riducendo uno straccio.

In quel periodo risultava un po’ meno avvilente occuparsi anche di Mattia Lepri, soprannominato da tutti “il geranio”.

La collega Giansanti lo aveva chiamato così una volta, durante un’ora in cui tutti gli studenti erano impegnati a condensare il frutto delle loro ricerche individuali sui mammiferi in cartelloni assai colorati ed esteticamente accattivanti, i quali, una volta terminati, avrebbero fatto bella mostra di sé sulle pareti dell’aula, veri e propri arazzi della didattica. Gli alunni, ognuno secondo le proprie attitudini e la personale predisposizione alla fatica, erano indaffaratissimi: qualcuno preparava il menabò del cartellone, qualcun altro riassumeva, non senza difficoltà, il frutto del proprio solerte lavoro di copia e incolla telematico, fino ad arrivare a chi disegnava uccelli simili a pterodattili e a chi si prodigava in un continuo andirivieni all’interno dell’aula, che doveva mascherare, dietro quell’apparente iperattività, l’emerita voglia di non fare un tubo. Uno solo se ne stava in disparte, estraneo al lavoro che si stava svolgendo come alla necessità, affatto sentita, di mostrarsi fintamente interessato e coinvolto dallo stesso.

Col braccio destro appoggiato al davanzale della finestra cui era attaccato il proprio banco, guardava insistentemente al di là dei vetri, puntando la facciata dello stabile sito di fronte alla scuola come se volesse scrutare le scene di vita domestica celate dai muri esterni e lampeggianti a intermittenza attraverso i piccoli varchi delle finestre e dei balconi. Ma siccome era assurdo pensare a una qualsiasi forma di interesse per le vicende quotidiane di persone a lui sconosciute, forse era più plausibile supporre che il ragazzo puntasse il palazzo prospiciente come avrebbe potuto puntare il campanile di una chiesa o qualsiasi altro corpo che avesse occultato, con la sua mole, la vista del paesaggio che si poteva indovinare dietro di esso.

La collega di scienze lo aveva a un certo punto apostrofato dicendogli che non gli era consentito stare alla finestra come un vaso di gerani mentre gli altri davano il loro contributo alla realizzazione dei cartelloni. Rimprovero al quale il nostro rispose in un primo momento voltandosi verso la professoressa e fissandola per alcuni secondi con la bocca semiaperta e gli occhietti annebbiati, quasi non capisse la lingua ch’ella aveva usato per spingerlo a schiodarsi dal davanzale e appropinquarsi così ai compagni; poi, simile all’ottuagenario che raccoglie le forze residue da chissà dove, si trascinò letteralmente verso il gruppo di compagni a lui più vicino, si piegò in avanti col busto appoggiando il gomito sinistro a un banco e si mise a fissare il centro del cartellone disteso sul pavimento, come a voler accompagnare con lo sguardo le fasi della sua elaborazione. Questo il nocciolo del progresso da lui impresso alla sua condizione: da geranio da davanzale e geranio da centrotavola!

Eppure Mattia Lepri non era di certo un vegetale, né un fantasma. Il professor Scipioni lo pensava sempre questo, soprattutto quando, anche solo per un attimo, il viso di Mattia si volgeva verso di lui, consentendogli di notare i primi fili di barba, sempre più simili a isolati cespuglietti, che si aprivano un varco nell’acne giovanile, come se volessero testimoniare che, sotto quella maschera di apatia e di immobilità, fervevano le premesse del cambiamento e della vita.

Talvolta, nel corso di una lezione, l’occhio del professor Scipioni andava però sugli arazzi di cartone preparati dai ragazzi, e da lì lo sguardo si spostava istintivamente su quel vaso di gerani antropomorfico posto alla sinistra della cattedra. Perchè davvero il buon Mattia poteva ricordare, a lavorarci un poco con la fantasia, una pianta di gerani coi fiori e le foglie protese verso la luce, anche se l’intensità di questa era attutita da un paravento di tetti e di muri, nonché da quella cappa di nubi e di inquinamento che opacizzava cronicamente la volta del cielo. Ma il geranio trovava ugualmente la via del sole, che, quand’anche fosse stata nascosta alla vista, non sarebbe sfuggita al suo sesto senso.

Lo Scipioni si era chiesto più volte cosa cercasse il ragazzo dietro quell’edificio su cui indirizzava gli occhi in modo così persistente, quale sole si trovasse al di là di quell’angusto limite.

La madre di Mattia diceva che la sua unica passione era il calcio. In quattordici anni non aveva mai manifestato altro vero interesse al di fuori di questo sport. Il nuoto, ad esempio, lo praticava da quando aveva otto anni perché vi era stato spinto dal padre, il quale, dovendo già accompagnare in piscina la sorella maggiore, pensava che fosse giusto e anche pratico buttare in acqua pure Mattia, sradicandolo dalla conca che il suo corpo imprimeva quotidianamente nel sofà, posto di fronte all’apparecchio televisivo. Il calcio, invece, lo aveva scelto lui… E all’interno del rettangolo da gioco, anche durante gli allenamenti, anche quando, in occasione della partita domenicale, l’allenatore lo relegava talvolta in panchina, Mattia sembrava davvero un altro. Scatti nervosi, incitamenti ai compagni, imprecazioni e persino insulti all’arbitro, che una volta, giunti alle orecchie del direttore di gara, gli erano costati una squalifica di parecchi turni.

Magari gli fosse sfuggita una parolaccia in classe, pensava tra sé lo Scipioni. Sarebbe stato un segnale di vita… Ma, invece, nulla… Peccato, perché il ragazzo non era stupido. Nonostante le ovvie incertezze a livello espressivo (poteva forse essere diversamente, data quella forma di semimutismo che lo attanagliava?) dimostrava tutto sommato delle buone capacità logiche e persino una certa fantasia nell’inventare fiabe e racconti, o, come sosteneva la collega di arte, Lauretta Rossi, un certo gusto e una certa originalità nella scelta dei soggetti da disegnare, sebbene la realizzazione delle opere fosse poi eseguita con mano da scalpellino. Dai compagni, poi, non è che fosse rifiutato… In realtà era lui che non si proponeva, forse per timidezza naturale, forse per la poca dimestichezza che aveva coltivato nel campo delle pubbliche relazioni, forse perché (ma questa ipotesi lo Scipioni la aborriva come la più preoccupante di tutte…) di entrare in relazione con gli altri, al momento, gli interessasse ben poco, come in una sorta di autismo d’elezione.

C’era però chi parlava poco e chi troppo… Francesco Cavallotti, compagno di classe di Mattia Lepri, era al contrario un vero tormento. Non perché non fosse intelligente, diligente, studioso e ben educato, ma in quanto interpretava il suo ruolo di primo della classe con un carico d’ansia che lo divorava internamente, lasciandolo, al termine delle cinque ore mattutine, in una condizione di limone spremuto.

Ogni mattina la stessa storia. Appena il professor Scipioni giungeva alla cattedra, ancora prima che la sua valigetta avesse toccato terra e il suo posteriore avesse sfiorato la sedia, “Checco” Cavallotti si trovava già al suo fianco, angelo che portava la quotidiana novella di apprensione e inquietudine.

In genere le danze venivano aperte da richieste di chiarimento riguardo a cose sapute e risapute, alla parossistica ricerca di conferme a questo punto inutili («Francesco,» diceva lo Scipioni «a cosa servono questi dubbi dell’ultimo secondo? Come faresti a rimediare in quattro e quattr’otto, nel caso avessi sbagliato qualcosa? Se il compito l’hai fatto bene, siamo tutti contenti… Altrimenti lo controlliamo e lo correggiamo tra poco, senza drammi… Per favore, torna a posto… Già mi sento male… Provo un senso d’oppressione… Mi manca l’aria… Stiamocene tranquilli almeno oggi, che ne dici?»); si passava poi al resoconto puntuale delle vicissitudini occorsegli il pomeriggio precedente, tra compiti, lezioni di pianoforte ed emicranie fiorite tra un’attività e l’altra; da ultimo, ora che si era giunti al terzo e conclusivo anno, una panoramica sui progetti per il futuro, dalle elucubrazioni sulla scuola superiore da scegliere alle tavole rotonde allestite in casa per chiarire le idee a quel virgulto sì promettente, ma ancora tanto bisognoso di essere guidato passo dopo passo nel tortuoso sentiero della crescita che porta alla vita adulta.

Per fortuna, infatti, il ragazzo poteva contare su una madre che aveva le idee ben chiare a proposito del suo livello di preparazione, delle sue inclinazioni e dei suoi talenti come dei suoi talloni d’Achille, sui quali si doveva a tutti i costi intervenire applicando anche lì il crisma dell’invulnerabilità.

«Francesco» recitava tutto d’un fiato la madre in sede di colloquio con lo Scipioni «ha ancora lacune evidenti nella scrittura. La proprietà lessicale non è ancora adeguata, talvolta si perde nell’organizzare i periodi, legge abbastanza ma soltanto perché lo costringo a farlo…»

Lo Scipioni, piccato dal fatto che la saccentona pensasse di sapere già tutto sul conto del figlio prima ancora di consentirgli di aprire bocca, le avrebbe volentieri detto che, data la sua perizia diagnostica, avrebbe potuto anche evitare di partecipare ai colloqui col docente. Sempre però si mordeva la lingua e, soltanto per Francesco Cavallotti, era lui a diventare genitore di conio moderno al servizio del povero Checco, vale a dire difensore a spada tratta della propria prole, polemico e contestatore dell’autorità dell’insegnante, che, in questo scambio di ruoli, era la signora Cavallotti. E giù allora a dirle che Francesco, data l’età, era fin troppo diligente e preparato, che certe lacune sarebbero state colmate col tempo e la santa pazienza, che a stargli addosso pretendendo la luna l’avrebbe reso soltanto più agitato, insicuro, terrorizzato dall’idea dell’insuccesso. L’arcigna genitrice pareva però accogliere tali osservazioni con malcelata sfiducia, lasciando indovinare nello scintillio sinistro delle congiuntive, visibili quando gli occhi non erano orientati verso il basso, sul pavimento o sul tavolo che aveva di fronte, la luce di un’atavica certezza su quello che ci voleva per bimbo Francesco.

Che tiranno, quella donna! Che fosse lei a portare i pantaloni in famiglia, Giovanni Scipioni lo capì anche dopo aver conosciuto il di lei marito, che almeno una volta all’anno, nei momenti di maggiore tensione familiare, cercava con lui un colloquio parallelo e in incognito rispetto a quello ufficiale della consorte, la quale si era evidentemente accaparrata l’appalto del versante didattico-pedagogico della vita del figlio.

«Professore, mi dica come va il mio Francesco,» diceva con atteggiamento da cane bastonato il pover’uomo, uno stimato professionista che nella vita privata doveva avere qualche problema nell’imporsi con altrettanta sicurezza «perché, a sentire mia moglie, avrebbe bisogno di una strigliata… Più studio, meno svaghi… Ma a me sembra che quel ragazzo faccia il suo dovere, e forse anche qualcosa di più! Temo che mia moglie, donna che pretende molto innanzitutto da se stessa, finisca col chiedere troppo anche agli altri. Passi per me, che sono ormai vaccinato, ma con Francesco forse esagera… E non posso dirle nulla… Sì, perché io ormai sono la mammoletta, quello che vizia il bambino, che lo coccola oltre il dovuto… Cosa devo fare, caro professore? Cosa mi consiglia?»

Purtroppo Giovanni Scipioni, che da giovane era stato insegnante energico e deciso, in certe situazioni anche senza peli sulla lingua, allo stato attuale, a furia di subire colpi lungo il percorso dell’esistenza, si era rammollito come il fico d’india sbatacchiato all’interno della cassetta che lo aveva portato dal produttore al consumatore. Allo stato attuale, insomma, era morbido come una vera e propria spugna. Sì, avete capito bene: una spugna che assorbe tutto, dalla gioia alla disperazione altrui, passando per le tonalità intermedie della soddisfazione e dell’amarezza. E pertanto, con quel derelitto davanti e con l’immagine della di lui moglie in testa, privo, come gli capitava ormai da tempo, di soluzioni da suggerire, cosa poteva mai assorbire, se non il disorientamento e lo sconforto di quel marito e padre? Alla fine i due si fissavano reciprocamente, quasi teneramente, come due colombini che si scaldano l’un con l’altro nel nido, in attesa di essere rifocillati dai genitori con dei bei vermicelli grassottelli, con il volto improntato alla costernazione e le braccia allargate, come a voler significare, con quel gesto, che non c’era nulla da fare, che bisognava adattarsi alla situazione, contando soprattutto sulla maturazione di Checco, probabilmente l’unico evento che avrebbe placato l’invasiva presenza della madre e avrebbe così contribuito a rasserenare gli animi di tutti. La Provvidenza come didattica e ancora di salvezza…  

 

 


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