7.g La guerra degli Scipioni

La guerra degli Scipioni (dal cap. VI)

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Giovanni considerò tra sé com’era facile la vita quando Beatrice era piccola. Certo, a pensarci a distanza di anni tanti particolari non venivano più in mente: i pianti della neonata, le notti in bianco, le angosce per le prime malattie, i capricci reiterati e molesti pronunciati con quella vocina squillante che percuoteva i timpani come il batacchio la sua campana. Eppure nulla di tutto questo era paragonabile alle paturnie di un’adolescente, ai pericoli che si parano innanzi a chi, credendosi adulto, commette errori da bambino mal cresciuto, che la vita non tratta più con la stessa indulgenza di un tempo, quando lo scotto da pagare era il rimprovero dei genitori, di chi tanto avrebbe continuato a volerti bene incondizionatamente.

Che bello, quando la sera, prima di addormentarsi, la piccola Bea pretendeva che il padre le raccontasse una storia. Ma, attenzione, non una fiaba o un racconto preso da qualche libro, bensì una storia inventata proprio da papà, una di quelle novellette costruite a impronta a partire da un semplice spunto comico, in particolare da uno di quelli che fanno ridere tanto i bambini. Il suo capolavoro, ricordava ancora il nostro Giovanni, fu il racconto che aveva per protagoniste le Pie Baffute. Ah, che risate si faceva la piccina… La moglie si arrabbiava sempre, perché, dopo essersi sganasciata dalle risate, la bambina aveva inevitabilmente perso il sonno. Alla faccia della storia per far addormentare i pargoli! Eppure a papà Giovanni andava bene così.

Ah, che colpo di genio la storia delle Pie Baffute! Avrebbe dovuto metterla per iscritto e pubblicarla, magari corredando il libro di una versione audio recitata da un attore.

«Papà, raccontami la storia delle Pie Baffute» diceva Beatrice.

«Ma Bea, la conosci a memoria… Magari potrei raccontarti di Pippo Lonza, che doveva andare a Ponza, sbagliò strada e si ritrovò a Monza…» rispondeva Giovanni.

«No, no,» gridava la bambina «quella domani! Oggi le Pie Baffute!»

«E va bene, vada per le Pie Baffute!» faceva il padre con finta rassegnazione, dato che in fondo gli si consentiva di esibirsi nel suo consolidato cavallo di battaglia, rifinito a tal punto nei particolari da non poter essere minimamente paragonato a quel cantiere aperto che era tuttora Pippo Lonza. «Dunque, vediamo… C’era una volta un convento di suore in cima a un monte. In verità quell’ordine non esisteva fino a poco tempo prima, ma era stato fondato da Papa Giocondo XIV appositamente per le suore che, in Italia, in Francia o in qualsiasi altro luogo, erano state colpite da una strana malattia.»

E qui il padre narratore doveva fermarsi un attimo, per consentire alla bambina di dare sfogo alle matte risate che l’avevano colta nel sentire il nome di Papa Giocondo XIV.

«Tale ordine in realtà si riduceva a quell’unico convento in cima al monte… E meno male, perché ciò significava che, tutto sommato, le monache malate non erano poi così tante e quel convento bastava dunque per sottrarre quelle povere donne agli occhi della gente, che le avrebbe altrimenti derise e oltraggiate.»

«Ma papà,» interveniva puntuale Bea, pregustando con espressione da ghiottona la ripetizione della ben nota risposta «che malattia avevano queste suore?»

«Poverine…» sospirava Giovanni fingendosi dispiaciuto e amareggiato. «La sorte era stata cattiva con loro. Ad un certo punto della loro vita, chissà perché, sopra le loro labbra erano cominciati a crescere dei piccoli peli che, giorno dopo giorno, erano aumentati a dismisura, fino a diventare dei folti baffoni! È chiaro che le poverette divennero presto la barzelletta dei rispettivi conventi: prima iniziarono a prenderle in giro le altre suore, le quali, pettegole com’erano, diffusero in breve la notizia nei borghi in cui si trovavano i conventi e persino nei paesi vicini. La vita di quelle disgraziate sorelle era ormai rovinata!»

«Ma papà,» chiedeva regolarmente Bea, dato che la celebrazione di quel rito richiedeva non solo la voce dell’officiante narratore, ma anche la partecipazione del fedele, chiamato a recitare formulette fisse ma fondamentali «perché non si tagliavano quei benedetti baffi? Che ci voleva? Una sforbiciata… e via!»«

Cara Bea,» rispondeva il genitore con la sufficienza con cui si affrontano discorsi scontati, riproponendo argomenti triti e ritriti «tu parli bene… Se i baffi spuntassero a te, potresti anche sforbiciare… Anche la mamma potrebbe sforbiciare… Anzi… detto tra me e te… mi sa che qualche volta deve aver già sforbiciato… Ma non glielo dire, per carità, altrimenti succede il finimondo! Comunque, dicevo… Voi potreste sforbiciare, perché non siete suore… Ma le suore non possono, perché i voti presi non consentono loro di prendersi cura del proprio corpo, di farsi belle, o, quanto meno, di migliorare il proprio aspetto. Mica devono trovare marito come te, loro…! Né devono tenerselo stretto, come tua madre…!»

«E allora?» diceva Bea.

«E allora non rimaneva che andarsi a nascondere in un luogo isolato in compagnia delle consorelle colpite dalla stessa sfortuna. Di ciò si rese conto Papa Giocondo XIV, che ebbe appunto l’idea di fondare l’ordine delle Pie Baffute.» 

«Papà,» attaccava la bimba dopo aver consumato le ultime risate su Papa Giocondo XIV e aver buttato l’occhio verso la porta aperta della camera, dove le era parso per un attimo di aver scorto la sagoma della madre intenta a origliare, con una faccia poco convinta, proprio nel passaggio delle sue presunte sforbiciate «ma tu come sai queste cose? Chi te le ha raccontate? Tanto in quel convento non ci puoi essere stato di sicuro!»

«Io non ci sono stato, Bea, ma la tua trisavola sì. Devi sapere, infatti, che quelle povere donne, davvero sante, passavano gran parte della giornata a preparare pozioni e decotti con le erbe e le bacche del bosco vicino, allo scopo di individuare il giusto rimedio contro la loro malattia. Non per loro stesse, ovviamente, visto che i voti non glielo consentivano, ma per altre donne, nubili o maritate, che in tal modo avrebbero potuto disporre di un rimedio più efficace delle forbici, in quanto esso avrebbe impedito ai peli di crescere di nuovo. E, dopo tante prove, riuscirono a trovare il decotto miracoloso! Che la tua trisavola, appunto, affetta da baffite acuta, andò a chiedere bussando al loro portone, dato che il suo fidanzato, cioè il tuo trisavolo, cominciava a lamentarsi e minacciava di far saltare il matrimonio…»

«E come erano queste monachelle baffute?» diceva Bea rigirandosi in bocca il saporito gran finale della storia.

«Beh, te lo voglio dire, ma… prometti di non ridere! Non sarebbe rispettoso nei confronti di quelle sante religiose!» le raccomandò Giovanni, sforzandosi di rimanere serio per dare credibilità alla descrizione delle Pie Baffute tramandatagli dall’ipertricotica trisavola. 

«Beh, c’era innanzitutto la badessa, Suor Emanuela, che, come suggerisce il nome stesso, aveva dei bei mustacchi alla Vittorio Emanuele II, eleganti e maestosi come si conveniva alla capoccia del posto. C’era poi Suor Bernardina, che aveva i baffi… ma sì, come quel signore che ti ho indicato per strada l’altro giorno, il generale Bernardi, che difatti è suo pronipote: due baffoni folti come la pelliccia di un cane S.Bernardo, che, a giudicare dal nome, dovrebbe essere anche lui imparentato col generale. Che dire poi di Suor Modestina, con quei baffetti sottili sottili, visibili appieno solo in controluce, a proposito della quale girava la voce che avesse assaggiato di nascosto un po’ del famoso decotto, anche se in quantità non sufficiente per far scomparire del tutto i peli. E poi…»

«E poi si va a letto!» affermava decisa la signora Elsa irrompendo in camera di Bea. «Basta coi frizzi e i lazzi! Domani c’è scuola…»

E fissando il marito con sguardo infuocato, la cui forza inceneritrice traeva alimento non solo dalla certezza che il sonno di Bea se ne fosse ormai andato, ma anche dalla nota battuta sulle sforbiciate, aggiungeva: «Eh, sì! Domani c’è scuola… per tutti!»

Bei tempi, quelli! Adesso che storie poteva raccontare alla figlia adolescente e quasi donna? Con quel Fabrizio, di due anni più grande, che le gironzolava sempre intorno… Sì, quel saputello che voleva iscriversi alla facoltà di filosofia, che ostentava un atteggiamento spocchioso ed esibiva la sua barbetta di qualche giorno, sotto la quale si celava non il vezzo dell’intellettuale che disprezza l’esteriorità, ma il vizio dell’adescatore di ragazzine… Magari poteva raccontarle una fiaba, come veicolo di insegnamenti per la vita. Magari la fiaba di lupo Fabrizio, che spinge Cappuccetto Rosso a lasciare la retta via, la famiglia e la prudenza per isolarla da tutto e mangiarsela più facilmente in un sol boccone. Ecco, aveva trovato il racconto giusto. La storia di lupo Fabrizio… anzi, di allupato Fabrizio! Ma forse stava esagerando. La moglie glielo diceva sempre. Doveva accettare i cambiamenti della figlia, della società, dei costumi. Erano finiti i tempi del Dolce Stil Novo. Restava solo di farsene una ragione. 

 

 


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