7.f La torre di Silvano (cap. VI)

La torre di Silvano (cap. VI)

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Quella notte di addormentarsi non se ne parlava proprio. Era una di quelle notti in cui Morfeo gli si mostrava non solo ostile, ma sottilmente perfido. In un primo momento, infatti, quel nume maligno gli si rivolgeva con sembiante amico, apparentemente disposto a esaudire la sua domanda di oblio nel giro di pochi minuti; dopo averlo così illuso, però, si allontanava da lui veloce come un battito d’ali o uno schiocco di dita, limitandosi per buona parte della notte a osservare dall’alto il corpicino di Silvano sotto le coperte, all’interno delle quali il conforto del riposo rimaneva mera utopia. Ecco allora che le lenzuola diventavano le pareti di una serra e il caldo da esse imprigionato gli faceva avvampare le gote e le tempie; ecco che la ricerca spasmodica di una posizione che propiziasse l’assopimento si rivelava inutile, esponendolo soltanto alla frustrazione del fallimento.  

Per fuggire i chiodi disseminati sul materasso decise pertanto di alzarsi e di fare una passeggiata. Cominciò a camminare al chiaro di luna attorno al perimetro della torre, nella speranza che la monotonia di quel movimento circolare lo ipnotizzasse e lo facesse riconciliare con il sonno almeno per quelle poche ore che separavano dal crepuscolo.  

Nel corso di questa sorta di ronda Silvano notò uno scorpione che se ne stava immobile su un lembo della parete della torre. L’incontro con questa creatura, sebbene si fosse ripetuto più volte fin dall’infanzia, non lo lasciava mai indifferente, sia per il timore che gli aveva sempre infuso la sua vista, sia per la meno comprensibile forma di curiosità e di attrazione che aveva costantemente seguito il primo istintivo moto di avversione nei confronti dell’aracnide.  Dello scorpione temeva difatti la punta acuminata e, più ancora del veleno, la repentinità del movimento che gli consentiva di trasformare la coda in terribile arma di difesa (o di offesa, dato che le due finalità, in natura come in società, non sono così facilmente distinguibili). Non erano, in definitiva, gli effetti potenzialmente letali della sua puntura a inquietarlo, bensì l’imprevedibilità di quell’essere enigmatico, tutto fuoco e corazza. Eppure la sua sagoma si stagliava così geometrica ed elegante sulle pareti della torre che gli risultava impossibile non ammirarla; la sua stessa pericolosità, pronta a concretizzarsi senza manifeste avvisaglie, diventava inoltre un’invidiabile qualità quando Silvano riusciva a immedesimarsi nella natura dello scorpione, ritrovando in essa diverse somiglianze con la propria. Lo scorpione allora gli diveniva familiare come il ritratto di un antenato appeso alla parete, i cui tratti fisionomici svelassero l’arcana origine del suo naso o del colore dei propri occhi. Si sentiva, in fondo, parente stretto dello scorpione: attaccato alle pareti della vita col rischio, almeno nel suo caso, di scivolare in basso, pronto a offendere o a difendersi in maniera istintiva senza essere in grado di cogliere la differenza tra i due atti, elegante e solitario quasi che la prima cosa si tirasse dietro l’altra, oggetto di repulsione e di attrazione come la vita stessa lo era per lui.   

Silvano abbandonò, assieme a queste ultime riflessioni, anche il moto circolare attorno alla torre e procedette quindi verso il boschetto retrostante.   

Continuava ad essere pensieroso. Era in notti come quella che metteva a fuoco, pur non volendolo, la realtà che durante il giorno riusciva, quanto meno in parte, a nascondersi; era in notti come quella che percepiva la sua vita come qualcosa di indefinito, destinato forse a rimanere incompiuto. Sulla sua esistenza sembrava gravare il condizionamento di uno stato di difficoltà, di una condizione di impossibilità. Non capiva se fosse stata la società a comminare un bando a quel figlio degenere, o se ci fosse in lui una tara, forse ereditaria, forse connaturata all’indole umana, che lo consegnasse a quella mania di persecuzione.  

Si era intanto avvicinato al boschetto. La vista di quella piccola macchia di vegetazione spontanea lo distolse dalle sue elucubrazioni esistenziali, facendogli d’improvviso venire in mente, come per fulminea analogia, una storia assai diffusa nella sua regione, incentrata sulla leggendaria figura del brigante Matteo Terrevoli.   

Silvano si era chiesto talvolta quali potessero essere i motivi che spingessero un uomo a imboccare la strada dell’illegalità, qualora essi non fossero riconducibili a casi di povertà e di pazzia. La storia del brigante Matteo l’aveva portato a considerare che alcune volte una persona commette un reato proprio in nome della giustizia, da intendersi non come la giustizia regolata dalle leggi della comunità in cui vive, ma piuttosto come una giustizia naturale, primigenia, che dalle viscere gli sale in gola ed erompe come un urlo di protesta e di dolore. Può succedere pertanto che chi commette un delitto non si renda conto di averlo fatto, di aver violato cioè una norma che risulta sacrosanta per altri e che magari lo era stata anche per lui, almeno fino a quando una qualche vicissitudine aveva turbato e quindi sconvolto il mare calmo della sua esistenza, nonché la sua fiducia nel prossimo e nella società.     

Il fittavolo Matteo aveva preparato tutto in vista delle nozze con la bella Angelina. Che forse di bellezza non era poi così provvista, o forse lo era davvero, ma di certo, per lui, in modo particolare. Forse perché aveva imparato ad amarla da lontano. Da lontano infatti l’aveva osservata la domenica, durante la messa e subito dopo, sul sagrato della chiesetta; da lontano l’aveva conosciuta, con la madre seduta tra loro al momento del fidanzamento; da lontano l’aveva pure corteggiata, mentre il codazzo delle donne della famiglia di Angelina li seguiva in quelle passeggiate senza intimità. Aveva imparato a immaginarla, a plasmarla con la fantasia; l’aveva resa più attraente di quanto non fosse in realtà, paffuto faccino da contadina chiazzato dal rosso della frutta matura.   

Un ricco signore del posto prese però a tentarla quando mancavano ormai poche settimane alla cerimonia; uno di quelli che non conoscono la distanza, ma solo la vicinanza del possesso immediato, la lusingò con regali e vuote promesse. E lei barattò la certezza di una vita di stenti, l’unica promessa che potesse farle Matteo, con quegli scampoli di ricchezza momentanea, lunghi come un capriccio, che si traducevano in collane e bracciali; barattò l’anonimato e la mancanza di nemici con l’orgoglio dell’amante del re, oggetto dell’invidia delle donne da lui scartate o abbandonate per la recente fiamma.  

Matteo ebbe la forza di non morire, ma non quella di perdonare. Era tuttavia un contadino, e non aveva mai maneggiato lo schioppo; né si sarebbe sentito di puntarlo contro Angelina, o contro i parenti di lei. Di rivalersi contro il signore ci pensò, e nemmeno poco, ma quegli sarebbe stato in ogni caso bersaglio difficile, circondato com’era di sgherri al suo servizio. Ripiegò allora su una vendetta più vile, che però colpisse chi gli aveva rovinato la vita in ciò che egli aveva di più caro: la borsa.   

Con Nereo e Ottavio, due braccianti più poveri e disperati di lui, forse perché i morsi dell’amore sono in fondo poca cosa rispetto a quelli della fame, si recò al pascolo. Si avvicinarono tutti e tre di soppiatto ai pastori che badavano al gregge del signore e, da dietro i loro neri cappucci che lasciavano scoperti soltanto gli occhi, intimarono loro di allontanarsi e di lasciare lì le pecore. Chi non è brigante per vocazione, ma solo per rabbia, non calcola in genere che gli ostaggi devono essere gli ultimi ad allontanarsi dal luogo della rapina; non calcola neppure che qualcuno potrebbe tentare di ribellarsi al sopruso, soprattutto qualora sospetti che la rabbia di chi gli punta contro l’arma con mano tremante è fresca come la sua esperienza di brigante. Fu così che Matteo si ritrovò senza il cappuccio, strappatogli dal capo dallo scatto improvviso di Giuseppe Di Domenico, pastore e padre di famiglia; questi, rimandato indietro da Matteo con una spinta istintiva, incespicò e cadde a terra, con il fucile del brigante smascherato puntato contro il torace. In quel momento Matteo avrebbe avuto la forza di perdonare. Non ebbe però quella di rassegnarsi alla prigione. Quella sera, in paese, non tornarono né il gregge, né i pastori.  

La piccola banda, negli anni a venire accresciutasi notevolmente nel numero dei propri membri, si rifugiò nel bosco, che venne eletto a quartier generale. Matteo visse da brigante fino alla morte, sopravvenuta, sorte assai rara per chi pratica tale mestiere, per cause naturali, probabilmente per una di quelle malattie che non perdonano. I compagni nascosero però la notizia della dipartita. La loro banda rimase sempre quella di Matteo il Brigante, appostato in cima ad un’altura con lo schioppo puntato verso il sentiero sottostante e il dito coi calli da zappatore sul grilletto, con il volto duro ma non cattivo.  

Silvano aveva sempre amato questa figura romantica e problematica. Fino a che punto Matteo aveva avuto ragione? Quando aveva cominciato ad avere torto? Era Matteo più vittima o carnefice? Di certo non si era lasciato mettere i piedi in testa, e aveva agito. Bene o male che avesse fatto, aveva comunque reagito alla vita. Le aveva resistito.  

Ora il freddo della notte cominciava a farsi sentire. Così come la stanchezza che, dopo averla tanto cercata, si presentava ora talmente forte da impedirgli di tenere gli occhi aperti per più di due secondi di seguito.   

Forse era meglio rientrare, sebbene il fardello che pesava sulle sue spalle gli facesse temere di non riuscire ad arrivare al letto prima di sprofondare nella cupa voragine del sonno.  

 


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