7.e La torre di Silvano (cap. V)

La torre di Silvano (dal cap. V)

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Nel pomeriggio di quel giorno il circolo culturale “Terra e Lunaria” aveva l’onore di presentare alla cittadinanza l’ultima fatica di Ulisse, buon amico di Silvano, che difatti non mancò all’appuntamento. Si trattava di una piccola pubblicazione, edita col finanziamento di una banca locale, che divulgava gli esiti di una ricerca condotta dal nostro Ulisse su un argomento piuttosto singolare, vale a dire la storia di Lunaria ricostruita attraverso i contenuti delle scritte apparse sui muri cittadini negli ultimi due secoli.  

Nella sala conferenze era presente un folto pubblico. In prima fila, tra l’assessore alla cultura e il superiore del convento di San Gaudente, sedeva un altro amico di Silvano, Corrado, il presidente del circolo culturale che aveva promosso l’iniziativa. Se la rideva sotto i baffi, di cui peraltro era sprovvisto, quella lenza di un Corrado, pregustando l’ennesimo successo della sua illuminata e ormai decennale reggenza, che sarebbe stato consacrato dall’immancabile articoletto sulla stampa locale e, soprattutto, dal vorticoso giro di strette di mano che avrebbe testimoniato il gradimento degli astanti per la prestazione dell’oratore di turno.  

Ulisse, architetto di professione e tuttologo d’aspirazione, specializzato nel restauro di edifici antichi e nell’edificazione di castelli in aria, prese quindi la parola. Prima di entrare nel merito della sua analisi, cominciò col mettere in evidenza come i bravi lunaresi si fossero sempre distinti, fin dall’epoca medievale, per fervore politico e patriottico; questo li aveva portati a schierarsi di volta in volta con la parte che ritenevano portatrice della ragione, dando però origine, in molti casi, ad appassionate contese interne, come attestavano le fonti documentarie del secolo XIII°, le quali narravano di una violenta spaccatura tra partito guelfo e partito ghibellino che portò la città alla guerra civile. Giunto dunque al cuore della propria analisi, Ulisse prese a dire che nel secolo XIX° furono le stesse mura cittadine a testimoniare la vivacità intellettuale e politica dei lunaresi: ecco comparire, difatti, le scritte “Viva V.E.R.D.I.”, a sottolineare la piena sintonia del sentire patriottico del microcosmo lunarese rispetto a quello del macrocosmo nazionale. A sottolineare ancora una volta la tendenza al frazionamento ideologico dei cittadini di Lunaria, segno inequivocabile della vivacità intellettuale di cui sopra, si dovevano però, secondo Ulisse, ricordare altre scritte di segno opposto, che la storiografia locale aveva considerato di orientamento papalino: in particolare si doveva far riferimento alla scritta “V.L.F.”, acronimo che doveva essere senza dubbio interpretato come “Viva la Francia”, all’insegna, pertanto, più che di un atteggiamento filofrancese, di una posizione cattolica e antisabauda.   

Non riporteremo altro delle conclusioni cui era giunto il buon Ulisse, detto da taluni “l’architetto volante” per la sua propensione ai voli pindarici. Ci limiteremo a registrare le reazioni del pubblico, che rimase in gran parte interdetto. Non pensiate però ad un’insurrezione generale contro Ulisse. I bravi lunaresi, anzi, per loro natura assai benevoli e ingenui, finirono col tacciare loro stessi di ignoranza e financo di vergognosa propensione alla malizia, avendo essi attribuito tali scritte, ancora oggi presenti sui muri delle scuole o dello stadio comunale della città, all’opera di contemporanei giovanotti in balia di pruriti adolescenziali, i quali avessero voluto significare, con quella sigla, non già “Viva la Francia” (e perché mai, poi? Forse perché si era fatta battere dall’Italia nella finale dei recenti campionati del mondo?), bensì “Viva la femmina” (la parola “femmina” valga come sineddoche, funzionale ad indicare la donna nella sua interezza tramite una parte anatomica ben precisa…)!    

Silvano, essendo già preparato al peggio, rimase imperturbabile. Ne approfittò soltanto per fare un po’ di sarcasmo mentale. Pensò alla scritta “V.L.F. di N.” adocchiata su una delle colonne del portico del centro: essa era pertanto da considerarsi una variante arricchita dell’acronimo interpretato da Ulisse, significante probabilmente “Viva la Francia di Napoleone III”. E lui che si era sempre scervellato per cercare di capire se quella “N.” stesse per Nadia, Nora o Neifile…   

Era comunque d’accordo coi suoi concittadini riguardo al fatto che non c’era da prendersela col povero architetto volante, dato che certi scivoloni erano da attribuire anche alla faciloneria di Corrado.   

Questo buon amico di Silvano interpretava con tale dedizione il suo ruolo di gran cerimoniere della vita culturale di Lunaria da dedicarvi ogni minuto della giornata che potesse gestire liberamente dopo essersi congedato da professione e famiglia. La necessità, da lui fortemente sentita, di ovviare alla carenza di stimoli che fa affondare nel tedio e nell’apatia una cittadina di provincia, a cominciare dalle menti migliori e dalle sensibilità più profonde, lo aveva spinto a girare col lanternino per le vie, le piazze e i caffé di Lunaria alla ricerca di storici, letterati, artisti e talenti assortiti ai quali fornire il palcoscenico che consentisse loro di esprimere le proprie potenzialità, per lo più ancora inespresse e ignote agli stessi concittadini.  

La cieca abnegazione a una causa, in particolare se elevata al rango di ragione di vita, produce però travisamenti della realtà, perché ti fa chiudere gli occhi anche laddove sarebbe bene tenerli aperti per valutare le cose con attenzione. Il risultato fu che per lui tutto divenne cultura, tutto si conquistò diritto di cittadinanza nel palinsesto dei programmi del circolo di cui era presidente, anima e… padre putativo. Ciò, ovviamente, a discapito della qualità della proposta offerta ai lunaresi, essendo mancato preventivamente il vaglio di una selezione accurata che evitasse di far salire alla ribalta persone magari simpatiche e volenterose, ma assai inconsistenti e sprovvedute dal punto di vista culturale. In un certo senso era come se un cuoco, dopo aver preparato una crema al cioccolato, affondandoci le dita per poi leccarsele golosamente, passasse, senza essersi lavato le mani, a maneggiare le melanzane per la parmigiana, per poi andare a preparare le sarde in agrodolce e, a seguire, una torta alla panna. A forza di tenere le mani in pasta dappertutto, Corrado aveva finito col perdere il sapore originale delle cose, non riuscendo infine a distinguere il buono dal cattivo.  

Eppure a Corrado era impossibile volergli male. E non solo perché nella gran messe di iniziative da lui promosse se ne potevano segnalare, in fin dei conti,  alcune molto ben riuscite… La verità era che senza di lui ci si sarebbe annoiati parecchio, perché sarebbe mancato, alla tutto sommato accidiosa Lunaria, quel pizzico di pepe che ravviva anche le pietanze più insipide.  

Insegnante appassionato, ma stralunato e arruffone, Corrado pareva non avere una vita privata, tanto era preso dai suoi pubblici impegni. La sua esistenza si sviluppava prevalentemente lungo il tracciato rettilineo del corso cittadino, senza trascurare naturalmente le vie laterali che su di esso si immettevano. La discesa, sicura ed elegante come quella del sovrano che percorre dal fondo la sala del trono per raggiungere il regale scranno, cominciava da Porta dei Platonici e procedeva verso l’altro estremo del corso, che coincideva con Piazzale Arcadia. L’incedere di Corrado seguiva una traiettoria zigzagante, la quale, inevitabilmente, condizionava pure l’andatura del sodale che era riuscito a intercettare per strada e ad accalappiare nella rete dei suoi discorsi e dei suoi progetti. Non si creda però che tale slalom fosse una conseguenza involontaria della distrazione di chi cammina completamente immerso nei propri pensieri: esso era al contrario cercato per meglio setacciare gli angoli opposti della via nel tentativo di catturare le prede più appetitose. Capitava pertanto che qualche lunarese che stesse passeggiando lungo il corso, avendo notato che il pirotecnico presidente di “Terra e Lunaria” gli stava venendo incontro e non volendo correre il rischio di essere risucchiato in uno dei suoi progetti, facesse finta di nulla e si defilasse nel lato opposto a quello dove stava Corrado, con l’intenzione, alla più brutta, di imboccare il primo vicoletto laterale. Ebbene, il tapino non vi riusciva mai, perché Corrado, con una spettacolare diagonale, gli si parava davanti inesorabile in modo solo apparentemente fortuito, sottolineando, con perfetta faccia di bronzo, come il fato gli avesse consentito di incontrare proprio la persona cui stava pensando qualche momento prima. A metà del corso, poi, c’era la fermata d’obbligo al Caffé Archimede, che Corrado amava frequentare soprattutto con la buona stagione, quando si sistemava in uno dei tavolini all’aperto e trasformava quello storico locale lunarese in un autentico posto di blocco doganale, sebbene a funzionamento inverso: non accadeva difatti che il viaggiatore dichiarasse al doganiere il contenuto del proprio bagaglio e il proprio programma di soggiorno, bensì, in un certo senso, il contrario, dato che era il doganiere a dichiarare il programma che aveva in testa e il ruolo che il viaggiatore avrebbe ricoperto nella realizzazione dello stesso. Ma, essendo dotato di occhi anche dietro la nuca, Corrado non perdeva d’occhio nemmeno l’interno del locale, che talvolta poteva ospitare qualche interessante avventore, magari un politico locale da ingraziarsi per dare una spintarella a un’iniziativa complicata o osteggiata, oppure il giornalista cui chiedere un po’ di pubblicità per un certo convegno. Allora quel factotum della cultura si lanciava verso il bancone del bar e, di lì, si spingeva ancora più all’interno, dove stavano i tavolini più appartati e la toilette, al punto che alcuni pensavano che fosse quest’ultima la meta cui era stato proteso fin dall’inizio lo scatto bruciante di Corrado. Ma non era così. Quando infatti lo si vedeva riprendere posto al tavolino all’esterno del Caffé Archimede, il senso di soddisfazione che gli coloriva il volto era di natura ben più alta. Si può addirittura affermare che colui che era tornato a dominare con lo sguardo il traffico lungo la via principale di Lunaria non fosse più lo stesso Corrado di prima. Quante storie c’erano state, in quei pochi minuti… Quanti contatti, quanti intrallazzi… No, non era più il Corrado di prima… Quello era morto. Per sempre. Adesso ce n’era un altro: più forte, più volitivo, più ottimista che mai.  

Si era consolidato, se si vuole, il suo ruolo di capo e guida di quel nugolo di intellettuali di provincia, tutti indistintamente, fossero stati essi seri e preparati o dei puri visionari, in balia della medesima tempesta creativa; tutti guidati da quel vento gentile come un gregge di nuvole che pascola in cielo.   

Silvano non si sentiva in cuor suo molto diverso da tale stirpe di sognatori. Ne condivideva, in fondo, i problemi e le illusioni, e per questo provava per loro, anche qualora deragliassero dai binari della realtà, l’affetto che si è comunque in dovere di provare nei confronti degli spiriti più fragili e innocenti. Era però importante dosare i tempi di questa frequentazione per non staccarsi del tutto da terra.     

Per questo, dopo una breve chiacchierata con gli amici, tornò a casa.  

 


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