7.d La torre di Silvano (cap. IV)

La torre di Silvano (dal cap. IV)

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Nonostante ci fossero i presupposti per una notte insonne, Silvano riuscì comunque ad addormentarsi, probabilmente perché la stanchezza accumulata nel corso della giornata riuscì ad avere la meglio, dopo una dura lotta di un paio d’ore, sui fantasmi del Savoldello e di Mara. Che, incredibilmente, si tennero alla larga anche dallo strano sogno che Silvano fece poco prima dell’alba.  

Nel sogno in questione uno strano e anacronistico personaggio si aggirava per i vicoli di Lunaria in una giornata grigia, con la neve che cadeva a grandi fiocchi. Somigliava egli al nostro Silvano, ricoperto però da un tabarro lungo quasi fino ai piedi e con in testa un cappello con le falde cariche di neve, la quale si adagiava, oltre che sul tabarro, anche sulla grossa sciarpa che ne copriva in parte la bocca e sulla tomaia dei grossi e malandati stivaloni neri che ingombravano i piedi; quel singolare personaggio portava poi sotto il braccio destro un fagotto, che proteggeva (forse non soltanto dalla neve, ma anche da occhi indiscreti) una cartellina di cartone, all’interno della quale stavano i fogli su cui era stata redatta un’opera letteraria. Il fatto che l’io dormiente di Silvano fosse al corrente anche di quest’ultima informazione, la quale non poteva essere ricavata da una semplice osservazione del paesaggio onirico, ci autorizza a vedere nel sopraccitato viandante quanto meno una proiezione, una sorta di nuova versione del nostro eroe, camuffata ma allo stesso tempo sincera. Le vie di Lunaria attraverso le quali si aggirava erano poi assai strette e poco illuminate, ancor più di quanto non fossero nella realtà; a dire il vero, non sembravano nemmeno le vie di Lunaria, ma una loro claustrofobia interpretazione, inverosimile e un po’ surreale.      

Pareva egli tendere verso una precisa meta, data la fretta e la risolutezza con le quali incedeva. Non immaginava, il tapino, che il suo cammino sarebbe stato rallentato e, in un certo senso, boicottato da diversi e singolari intoppi.    

“Ehi, baldo giovane!” disse a un certo punto un’anziana signora che stava percorrendo la stessa via di Silvano in senso contrario “Mi potrebbe aiutare a portare a casa le buste della spesa? Sono così pesanti… E con questo tempo, poi… Sono stata proprio stupida a uscire di casa…”  

E sospirò. Il nostro similSilvano fu non poco infastidito da tale imprevisto. Guardò istintivamente il plico di cartone, che evidentemente rappresentava, in tale frangente, il primo dei suoi pensieri. Risollevato lo sguardo verso la donna con l’intenzione di dirle che, purtroppo, non aveva tempo per questa commissione, cominciò però a scorgere nei tratti del suo viso qualcosa di familiare, forse della zia Alda, forse della defunta nonna Enrica. Mancatogli pertanto il cuore di non accogliere quella richiesta di aiuto, afferrò con la mano sinistra entrambe le grosse buste della spesa, in modo da riservare l’intero braccio destro al sostegno e alla cura dell’amato pargolo cartaceo.  

Arrivato di lì a poco davanti alla porta di casa dell’anziana signora, fece il gesto di passarle le buste.  

“Mio gentilissimo giovane,” disse la pseudo zia o pseudo nonna “guardi dall’altra parte del vicolo: il mio povero micio Fuffino non ha il coraggio di avvicinarsi perché teme di sprofondare nella neve. Guardi, guardi come se ne sta tutto rannicchiato sotto il cornicione, dove non c’è neve. Mi faccia un altro favore, lei che è tanto cortese… Me lo vada a prendere… E poi lo porti qui… Guardi, guardi: ha capito che sta per andare ad aiutarlo… e la aspetta, povera stellina!”  

Silvano allora, trovandosi ancora con le buste in mano, le appoggiò davanti all’uscio per liberare il braccio col quale avrebbe soccorso la commossa bestiola (di mollare il plico, anche solo per un attimo, non se ne parlava proprio!).  

“Ma cosa fa?” proruppe la vecchia con tono da garrula arpia “Mi poggia le buste per terra? Ma l’insalata, col freddo della neve, mi si ammoscia tutta! Le tenga in mano!”  

“Signora,” disse Silvano spazientito “non è che potrebbe tenerle lei in mano? Ormai siamo arrivati, non si affaticherebbe mica…!”  

“Lei è stato così gentile fino ad ora… Non mi scivoli sulla buccia di banana alla fine del servizio!” continuò arrogante la vetusta megera “Molli piuttosto l’inutile cartoccio che tiene sotto braccio!”  

Silvano, a quelle parole che offendevano il frutto del proprio lavoro e la fonte delle sue più grandi aspirazioni, non ci vide più. Voleva il gatto, l’arpia? Come desiderava madama, allora…   

Fece quindi cadere le buste sulla neve, corse verso il gattaccio, lo afferrò per la collottola e, senza tornare indietro, scagliò quella palla di pelliccia in direzione della vecchia che, per evitare che Fuffino si facesse male, dovette muovere le pigre braccia per bloccarlo al volo. Purtroppo per lei la forza accumulata dal bolide durante il breve tragitto fu tale da sbilanciarla e buttarla per terra. Gustata con soddisfazione la scena, Silvano si allontanò a grandi passi per recuperare il tempo perduto, mentre in lontananza si udivano le litanie della vecchia e i miagolii isterici del felino.   

Ritornato sulla retta via, l’intellettuale intabarrato giunse a un portone socchiuso. Entrò prontamente, mettendosi poi a sedere in una sorta di sala d’aspetto, le cui sedie erano disposte a semicerchio attorno a una porta.   

Era là che, evidentemente, doveva giungere a destinazione il pellegrinare del Silvano onirico, il quale, con il plico sulle gambe, era letteralmente divorato dall’ansia. Sembrava una madre che, attendendo di far visitare il proprio bambino dal pediatra, elaborasse una serie di congetture sull’esito dell’esame medico. A tale stato di agitazione si univa il fastidio a lui provocato dagli altri astanti, ivi convenuti per qualche motivo a lui ignoto.  

A un certo punto un moccioso di sei o sette anni, allontanatosi dalla genitrice, indaffarata a chiacchierare piacevolmente con un tale in divisa da marinaio, si accostò alle gambe di Silvano e puntò lo sguardo contro la cartellina.  

“Cosa c’è lì dentro? Mi fai vedere?” disse con la voce implorante che preludeva a un capriccio.   

“Bambino,” rispose Silvano sforzandosi di essere gentile “suvvia, torna dalla mamma. Qui non c’è niente di interessante per te.”  

Nel frattempo un signore, come colomba dal disio chiamata,  aveva concluso una impegnativa manovra di avvicinamento per riuscire a trovarsi proprio accanto a Silvano.  

“Egregio signore,” attaccò con una certa confidenza “immagino che lei sia uno scrittore. Oh, che bello! Ma allora c’è ancora spazio, al giorno d’oggi, per chi coltiva i nobili sentimenti… Alla faccia di chi dice che non fate niente dalla mattina alla sera!”  

Ci sono forme di complimento che talvolta non ottengono l’effetto sperato, o per l’imperizia espressiva di chi le ha partorite, o per un fraintendimento del ricevente, così poco avvezzo a tali gentilezze da scorgervi, anche qualora non sussistano, i segnali di una presa per i fondelli mascherata. Figuriamoci poi nei sogni, dove tutto è così confuso… Fatto sta che tra l’alzarsi di scatto dalla sedia e il mandare sonoramente a quel paese il vicino di posto, al permaloso in tabarro bastò un secondo, mentre un altro lo impiegò per richiamare l’attenzione della madre del moccioso, che stava intanto allungando le manine verso il suo prezioso plico:  

“Signora, per badare al bambino cosa bisogna fare? Vestire anche lui da marinaretto? Pensi a fare la madre, e non l’adescatrice di lupi di mare!”  

Ebbene sì, lettore carissimo, un uomo con un’opera sotto braccio può fare anche questo. Può persino assumersi l’onere di riportare all’ordine una madre distratta. Ma cosa dico, “può”? “Deve”! Un uomo con un testo letterario per figlio ha il dovere morale di osservare, di criticare e di denunciare! Un uomo innamorato delle lettere traccia sempre in cuor suo la mappa di un mondo perfetto… E se l’osservazione dal vero non presenta questa o quella collinetta, o ti consegna un ruscelletto al posto del Rio delle Amazzoni tracciato sulla carta… beh, in questo caso è bene che la realtà si adegui all’ideale!  

Con uno scatto fulmineo Silvano si diresse verso la famosa porta, la spalancò ed entrò.  

 Si trovò di fronte a un barbuto dal canuto pelo, una sorta di compromesso tra un medico generico, un intellettuale con la puzza sotto il naso e un vecchio rimbambito.  

“Sì, Rupestro,” disse con tono distaccato e un po’ scocciato, sbirciando distrattamente, e per giunta a distanza, i fogli contenuti nella cartellina, tuttora tra le mani di Silvano “abbiamo già sentito parlare del suo impegno letterario… Mah… Non dico che l’opera sia brutta… Ma è così astrusa… così pretenziosa… così sarcastica, poi… Dà quasi fastidio leggerla…”  

“Ma se lei non l’ha ancora letta?” ribatté d’istinto Silvano.   

“Rupestro,” continuò l’esaminatore ora leggermente spazientito “non se la prenda, ma noi queste cose le capiamo subito… Questo testo non è destinato né alle librerie, né agli atenei… è fuori dai giochi…”   

“Certo!” cominciò a gridare Silvano “Perché le regole dei giochi le fate voi! Voi che giocate dietro le quinte! Voi che capite tutto! Voi che non avete nemmeno bisogno di leggere, perché tanto ciò che viene scritto non conta… Conta soltanto far parte di questa o quella conventicola! E sapete poi che vi dico? Anche qualora vi metteste a leggere, non ci capireste nulla… Perché siete ignoranti come le capre! Politicucci da quattro soldi… e basta! E se sperate che, per la disperazione, mi abbassi a scrivere le scemenze che girano oggi giorno, potete anche…”   

A questo punto il nostro eroe si destò. Era quasi l’alba. Gli venne in mente quanto si dice a proposito dei sogni che si fanno a ridosso del mattino. Non gli rimaneva perciò che sperare che almeno quel sogno facesse eccezione. Che almeno quello non fosse fantasma di verità.    

 


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