7.c In piedi su una gamba

In piedi su una gamba (dalla raccolta La teoria dell’elastico, 2008)

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Qualche giorno fa, sfogliando il giornale, mi è capitato di leggere una notizia che ha dell’incredibile.     

L’articolo raccontava di un uomo che si è buttato da una finestra del suo appartamento, posto al terzo piano di uno stabile di Corso Garibaldi. Questi, dopo aver viaggiato nel vuoto per un paio di secondi scarsi, è miracolosamente atterrato su un piede, mantenendo perfettamente l’equilibrio e non riportando alcun danno. Ma, secondo il giornalista che si è occupato della vicenda, esisteva un solo testimone oculare dell’impatto avvenuto tra l’uomo e la pavimentazione stradale, visto che gli altri passanti si sono accorti soltanto di un tizio, materializzatosi da chissà dove, che saltellava su una gamba dal centro della strada in direzione del marciapiede. Il signor Venanzio, l’unico, appunto, ad aver notato la fase finale di quel volo in picchiata, affermava di conoscere abbastanza bene il protagonista di quell’atto, che con ogni probabilità poteva qualificarsi come un tentativo di suicidio.   

Questa notizia di cronaca è stata poi ripresa da una rivista, che mi sono ritrovato per le mani oggi pomeriggio, mentre aspettavo il mio turno dal barbiere. Lo stesso giornalista che era arrivato per primo sul luogo dello strabiliante accadimento ne ha curato un approfondimento, intervistando il signor Venanzio e raccogliendo varie informazioni sul presunto suicida, che da quel famoso giorno ha fatto perdere le tracce di sé.     

Aldo Penati, di anni quaranta, veniva da un periodo difficile: celibe, con qualche delusione sentimentale alle spalle, viveva da solo in quel piccolo appartamento di Corso Garibaldi e aveva da poco perso l’impiego da ragioniere presso un’azienda che aveva dovuto chiudere per fallimento. Ogni domenica mattina il signor Venanzio, che abitava da quelle parti, durante la sua abituale passeggiata incrociava il Penati nei pressi dell’edicola, oppure ai giardini pubblici, se era una bella giornata che invogliasse a sedersi su una panchina per leggere il quotidiano o per crogiolarsi pigramente al tepore del sole. Talvolta i due si erano parlati, anche perché il signor Venanzio, quasi ottuagenario, era stato buon amico dello zio di Aldo Penati e pertanto, con la scusa di questa intima frequentazione, aveva trovato il modo per rompere la coltre di silenzio e di riservatezza che pareva avvolgere l’introverso ragioniere. Ma il signor Aldo non era un buon conversatore, ragion per cui il curioso vecchietto aveva saputo ben poco riguardo alla vita del suo forzato interlocutore, agganciato mentre sedeva su una panchina dei giardini o mentre stava rincasando.  

Ma poiché un bravo professionista della carta stampata possiede il fiuto di un segugio e l’istinto investigativo di un eroe del genere poliziesco, il nostro giornalista si è spinto oltre con la sua inchiesta ed è andato a scovare amici, parenti e colleghi di lavoro perché gli fornissero materiale sufficiente per scrivere il romanzo di Aldo Penati. Confesso che queste ricostruzioni da rotocalco non mi hanno mai del tutto convinto, sia per la naturale tendenza di chi le redige a riempire i buchi del passato con elementi di fantasia, sia perché esse sono sorrette dalla volontà di dimostrare una tesi preesistente. Per intenderci, se si sospetta fin dall’inizio che il nostro Penati è un suicida fallito, potete star sicuri che il racconto della sua vita sarà costellato di episodi che ne annunciavano, già quand’era in fasce o muoveva i primi passi, la futura decisione di farla finita. Eppure mi sembra che in questo caso il giornalista in questione si sia mosso con prudenza e sensibilità, offrendo al lettore persino alcuni squarci di poesia. Vi voglio perciò riportare i contenuti essenziali di questo articolo. Che rappresentano poi i momenti salienti della biografia di Aldo Penati. Di un aspirante suicida.   

Si comincia dal salto dalla finestra e dal successivo atterraggio. Un autentico miracolo.  

Ma di miracolo non si trattava, per coloro che conoscevano bene Aldo Penati; la sua vita si era infatti sviluppata attraverso una successione di eventi che lo avevano spinto, per istinto o per calcolo, a saltellare su una gamba, ora l’una, ora l’altra. Un lunghissimo e intenso allenamento che lo aveva fortificato negli arti inferiori e che, in fin dei conti, lo aveva salvato da una precoce dipartita.  

Quando, da bambino, sentiva le voci degli amichetti in cortile, si alzava di scatto dal letto e si precipitava da loro, intento a condividerne i giochi e la compagnia. Capitava, però, che talvolta la composizione delle squadre per il torneo di calcio fosse già stata fatta e che, a ognuna di esse, fosse stato assegnato un pari numero di giocatori. Si sa come, in certi casi, i bambini siano assai puntigliosi nel rispetto delle regole e dotati di un senso di giustizia superiore a quello degli adulti, per cui… no, non si poteva certo dare a una delle due squadre il vantaggio di un calciatore in più! Il povero Aldino recriminava, chiedeva per qual motivo non fosse stato chiamato prima per giocare con loro… Ma lo sguardo severo e deciso di Massimiliano, il leader naturale del gruppo, sbatteva sul muso al bimbo ritardatario una severa lezione sulla durezza della vita, troppo spesso priva di un giudice cui appellarsi o di un filosofo che ti sappia indicare il confine tra giustizia e ingiustizia. Non gli rimaneva che porsi in disparte e guardar giocare gli altri, sperando che qualcuno fosse chiamato a casa dalla madre o patisse qualche piccolo infortunio per poterlo così sostituire. Se, però, tali situazioni tardavano a verificarsi, Aldino finiva col toccare il fondo della malinconia e, non tollerando più la vista di un divertimento a lui precluso, si allontanava alla chetichella. Accadeva allora che qualche genitore affacciato alla finestra o un condomino che rientrasse a casa da certe commissioni notassero un bambino tutto compreso nella sua mestizia che saltellava su una gamba, portandosi a fatica verso le scale del piano terra.  

A volte, però, gli amici erano stati davvero tali e lo avevano consolato e sostenuto nel momento del bisogno. Peccato che, se c’è bisogno di essere confortati, ciò significa che ti è successo qualcosa di brutto…   

Non appena fu esposto il quadro degli esami, il diciannovenne Aldo Penati non si precipitò con tutti gli altri maturandi a ridosso dei cartelloni. Forse perché presentiva che, al contrario della maggior parte di loro, ormai sul punto di assurgere al rango di maturi, lui sarebbe rimasto un maturando almeno per un altro anno. Troppe cose lo avevano distolto dagli studi negli ultimi mesi, impedendogli di conseguire i buoni risultati degli anni passati: i rapporti sempre più tesi tra i suoi genitori, la testa rintronata dagli echi di litigi, di ripicche verbali, oltre che dai pensieri dell’adolescenza, fiorita un po’ più tardi rispetto ai tempi di molti coetanei ed esplosa, in ragione di ciò, con una forza travolgente volta a recuperare i momenti perduti. Vacillando l’unica certezza che lo sosteneva, quella di andar bene a scuola, era gradualmente e inesorabilmente sprofondato in una cupa apatia, come il veliero dallo scafo fallato che cola lentamente a picco inabissandosi nelle profondità gelate del mare. I compagni più cari, che poco prima erano esplosi in grida di tripudio per il proprio successo, si ricomposero velocemente e con un certo imbarazzo non appena l’occhio cadde sull’amico Aldo che, le braccia incrociate e la testa bassa, se ne stava in disparte, appoggiato con la spalla destra a una colonna della scuola. Gli si accostarono con delicatezza e lo invitarono a reagire, perché l’appuntamento con la vita era solo rimandato di qualche mese. A un certo punto, però, Aldo non ce la fece più a sostenere il calore, pur gradito, di quel compassionevole capannello: alzata quindi la gamba destra, cominciò a saltare sul posto con la sinistra, quasi per riscaldare la muscolatura, e infine si allontanò dagli altri a grandi balzi, guadagnando l’uscita senza che alcuno avesse il coraggio di fermarlo e tanto meno di seguirlo.    

Quando in seguito incontrò Laura, intorno ai venticinque anni, fu il coronamento di una lunga attesa.   

 Quante volte si era chiesto se esistesse una donna creata per lui, nascosta ancora in un qualche angolo oscuro da cui sarebbe prima o poi uscita alla luce. Forse, mentre lui stava seduto al tavolo da lavoro, lei camminava per strada coi libri sotto braccio, parlando e ridendo con un’amica. Forse, mentre giaceva nel letto, abbandonato al dolcissimo dormiveglia della domenica mattina, lei riapriva gli occhi dopo un lungo e beato sonno, con le liste dei biondi capelli distesi sul cuscino; esse coronavano un volto un po’ sfocato, vagamente somigliante a quello delle donne più dolci e appassionate che esistessero sulla faccia della terra, ma infinitamente più bello proprio in virtù del mistero che ancora lo avvolgeva.  

Cinto il sogno con entrambe le mani, degustò strato dopo strato tutta la poesia che lo fasciava. Il sapore non cessò di essere gradevole neppure quando, alla melodia e ai versi dei primi momenti, subentrò la prosa della consuetudine, che, se pure lo disilluse, non lo stancò mai davvero. La vita coniugale non doveva essere tanto male, pensava, nonostante i dissapori, i litigi, la propensione a scaricare su chi ti sta vicino il lascito d’ansia e di risentimento delle vicende quotidiane. Si sentiva pronto ad intrecciare un legame che avrebbe tentato di prolungare fino alla fine dei suoi giorni. Anche se in questo modo sarebbero finiti i dormiveglia della domenica mattina, anche se così tutto sarebbe stato troppo definito… Ma in fondo, a pensarci bene, i dormiveglia avrebbero comunque perso la loro dolcezza quando, con l’avanzare dell’età, l’indeterminatezza non sarebbe stata più fonte di speranze, ma di rammarico.    

Tanto riflettere fu però vano. Lei lo lasciò una mattina di giugno, con la prima afa dell’estate che inaridiva la terra e pure le parole. Aldo Penati se ne andò senza recriminare, a modo suo, con il ritmo della gamba saltellante che si accordava a quello dei singhiozzi.   

Tirò avanti, il nostro Penati, investendo molto su quell’impiego da ragioniere presso gli uffici di una nota industria meccanica della regione.   

Erano gli anni della media e della piccola azienda, del calo della disoccupazione, della vita che poteva essere tracannata tutta d’un fiato, in un clima di generale e contagiosa euforia. Come si poteva, dunque, non essere ottimisti? L’ancor giovane Aldo poteva forse andarsi a sotterrare per quel piccolo incidente di percorso? Attinse anch’egli alla cornucopia delle magnifiche sorti e progressive, prendendo per sé quel poco che gli bastava, vale a dire la buona salute, uno stipendio sicuro e l’indipendenza acquisita andando a vivere da solo, il nuovo carburante che avrebbe alimentato i suoi famosi dormiveglia. Così trascorse degli anni interi.  

Finché non giunse la crisi del sistema. La gran massa di polvere che era stata occultata sotto il tappeto buono del salotto di rappresentanza, insomma, si era infine sollevata una volta tolto il tappeto medesimo ed era finita negli occhi di tutti, accecando mire troppo ambiziose e aspirazioni oggettivamente poco realistiche. E Aldo Penati perse il lavoro.  

Ma adesso non se la sentiva più di saltellare. Sentiva di avere le forze solo per un ultimo salto. Quello definitivo.   

E siamo così alla fine della storia. Che è poi anche il punto da cui tutto è cominciato. Compreso il mio interesse per la vicenda di Aldo Penati, talmente straordinaria da spingermi, dopo averla raccontata per sommi capi in una stringata notizia di cronaca su un quotidiano locale, a sviscerarla nel modo che sapete.   

Stupiti? Immagino che qualcuno di voi avesse fatto coincidere fin dall’inizio l’identità del narratore della presente novella con quella del fantomatico giornalista… E chi non lo ha fatto, è stato sicuramente tratto in inganno dall’apparente insensatezza dello stratagemma… Perché mai non rivelare da subito chi fossi, mi chiederete adesso…   

Non ve lo so spiegare con precisione… ma credo che avessi bisogno di distanziarmi un po’ dal personaggio di Aldo Penati per meglio comprendere, da una posizione più defilata e distaccata, le ragioni che mi hanno fatto appassionare alla sua storia.  

Che in definitiva credo si possano ricondurre al suo gesto. Quello di un anonimo personaggio che, un giorno, stanco di reggersi su una gamba, si è buttato da una finestra del terzo piano… E che, alla fine, proprio dalla deprecata gamba è stato salvato per l’ennesima volta.              

 


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