7.b La convenzione sociale

La convenzione sociale (dalla raccolta Dove sbiadisce il sentiero, 2006)

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Quella mattina il signor Pacifici si svegliò con un dolorino all’articolazione della spalla e uno strano formicolio al braccio destro. Lì per lì non pensò a nulla di allarmante, poiché aveva la consolidata abitudine di dormire sul lato destro del corpo con il braccio sotto il cuscino.   

La posizione dell’uomo sensuale, gli aveva spesso ripetuto nei primi anni di matrimonio la moglie, che in tal modo voleva lusingare la virilità del fresco maritino riconducendo alla sua persona l’esito degli studi di uno stimato psicologo, per il quale il cuscino è evidentemente, per i tipi più focosi, il surrogato di un corpo umano da abbracciare. Negli anni successivi tale forma di complimento galante era finita nel dimenticatoio per il naturale sbollire dell’iniziale passione coniugale, che aveva lasciato posto ad una visione più disincantata della vita di coppia da parte della sempre meno romantica consorte, resasi gradualmente conto della “normalità” del suo Alduccio; fino a quando alla postura da notte del signor Pacifici ella non attribuì la responsabilità del suo molesto russare, tanto più fastidioso quanto più subdolo nel mostrarsi in forma di respiro appena pronunciato quando lei era ancora sveglia e nel trasformarsi improvvisamente in martello pneumatico non appena entrava in quel dolce stato di dormiveglia che precede l’addormentarsi.   

Fu così, dunque, che Aldo Pacifici, ritenendo possibile che anche qualche nervosa gomitata notturna della signora Maria avesse potuto contribuire a quell’indolenzimento della spalla, non si preoccupò per nulla e, come al solito, uscì di casa per andare a lavorare.    

L’ufficio anagrafe presso cui era impiegato distava appena dieci minuti di passo accelerato dalla sua abitazione, ragion per cui il signor Pacifici non si era mai servito di alcun mezzo di trasporto; ciò gli aveva garantito negli anni non solo un po’ di salutare moto quotidiano, ma anche il piacere di osservare il centro storico che comincia a ripopolarsi dopo i silenzi della notte, quando i suoi antichi palazzi proiettano alla luce dei lampioni ombre vecchie e malinconiche sul solitario passante che, forse in un sussulto di nostalgia, ha avuto l’ardire di violare il coprifuoco imposto alle penombre di Corso Roma dallo sfavillio festoso e accattivante del moderno e periferico centro commerciale.   

Dieci minuti di corroborante passeggio, quindi, soprattutto per chi, come il signor Aldo, era nato e cresciuto in quella città e possedeva l’arte di far parlare i suoi angoli e i suoi vicoli, i quali, da lui interrogati, raccontavano storie sempre gradite di un tempo lontano, di quando era bambino e tutto intorno a lui calzava a pennello come il vestito confezionato su misura da un sarto provetto.   

Mentre passava davanti all’insegna dei tabacchi, tutto immerso nei suoi pensieri e dimentico di moglie, figli, ufficio e malanni, un improvviso scoppio ai suoi piedi lo fece bruscamente tornare alla realtà, e alla realtà nella sua versione peggiore, con tanto di senso improvviso di straniamento, batticuore e, come se non bastasse, con quel doloretto alla spalla ed al braccio che, forse per il contraccolpo della sorpresa, aveva cominciato a pulsare in modo ora sì fastidioso.  

Rivolse istintivamente lo sguardo verso gli artefici della piccola ma molesta deflagrazione che, manco a dirlo, erano dei bambinetti di quarta o quinta elementare, usi a trascorrere quei pochi minuti che li separavano dall’entrata a scuola presso il locale del loro negoziante di fiducia, solerte propinatore di giocattolini a buon mercato e di piccoli petardi, articoli voluttuari rappresentanti la gioia degli insegnanti e degli sfortunati passanti, come il nostro Pacifici, a cui accadde subito qualcosa d’imprevedibile. L’articolazione della spalla cominciò infatti a fargli sempre più male, quasi che autonomamente, senza lo stimolo del cervello, stesse effettuando uno sforzo per vincere la ritrosia del braccio ad abbandonare la sua posizione distesa lungo il corpo; impressione tanto più confortata dall’effettivo spostamento del braccio verso l’alto, dal suo allargarsi sulla destra, dall’apertura della mano che, inutilmente strettasi a mo’ di pugno per opporsi alla violazione del suo stato di quiete, mostrava ora solenne e minacciosa le cinque dita. E fu così che il mite Alduccio (come erano soliti chiamarlo amici e parenti) dovette assistere, formalmente esecutore ma di fatto impotente spettatore, ad una scena di una violenza per lui inaudita: le falangi della mano destra, con annessi carpo e metacarpo, impattarono inclementi sulla gota sinistra dello scolaretto a lui più vicino, provocandone lo scomposto arretramento di qualche passo e lasciandogli in volto il tatuaggio d’infamia di cinque brucianti strisce arrossate. Subito un’anziana signora col barboncino al guinzaglio portò le mani alla testa gridando: “Oddio! Cos’ha fatto… Mostro!”. Tutt’intorno al Pacifici si raccolse una folla non molto numerosa, data l’ora mattutina, ma senz’altro rumorosa, tutta concentrata nel condannare in modo appassionato e risentito il gesto di quel bruto, di quell’insensibile, di quell’orco delle fiabe, mentre solo la moglie del tabaccaio stava pensando a rincuorare il povero bambino, che piangeva singhiozzando, più che per il friggere dello schiaffo, per l’umiliazione della pubblica esecuzione.  

E sempre la vergogna, in quest’altro caso dovuta ad un gesto inspiegabile e ingiustificabile di cui non si capacitava e per cui non riusciva a trovare alcuna attenuante, fu la molla che spinse Aldo Pacifici a sottrarsi all’ostile capannello e a darsela a gambe levate, girando l’angolo in fondo alla via e infilandosi come un ladro nel portone dello stabile in cui si trovava il suo ufficio. A questo punto vi potete sicuramente immaginare i patimenti interiori provati dal pover’uomo mentre cercava di lavorare e i sensi di colpa di cui si cibò durante la pausa pranzo trascorsa alla scrivania, tutti rigorosamente e impietosamente rimarcati dal famoso e persistente dolorino; egli avvertiva drammaticamente il crollo di quella rassicurante e immacolata percezione di sé che si era costruito nel tempo, adempiendo ai propri doveri e magari inghiottendo qualche piccolo diritto per amor del quieto vivere.   

E non era finita lì… Una volta terminato l’orario d’ufficio, infatti, la strada del ritorno a casa non si sarebbe rivelata meno traumatica rispetto a quella dell’andata.  

Quando ormai stava per imboccare un vicolo laterale a Corso Roma, deviazione dal consueto tragitto che gli avrebbe permesso di tagliare quella parte dell’arteria principale del centro storico percorrendo la quale sarebbe stato costretto a ritornare sul luogo del delitto di qualche ora prima, una voce lo strappò infatti al suo maceramento psicologico: “Scusa, hai un momento?”. Queste parole dovevano essere state pronunciate al suo indirizzo più di una volta senza che se ne fosse accorto, visto che il suo interlocutore si era espresso col tono deciso e leggermente spazientito di chi vuole essere considerato a tutti i costi e in più si stava dirigendo a passo accelerato verso di lui come se volesse bloccarlo fisicamente prima che gli potesse sfuggire inoltrandosi nel vicolo suddetto, cioè in Via dei Sospiri. Fermatosi, il Pacifici si trovò davanti un ragazzo sui venticinque anni, con un baschetto in testa e un foulard multicolore al collo che fuoriusciva da una giacca di jeans; i primi due capi d’abbigliamento incastonavano un viso caratterizzato da una barbetta incolta e da un paio di occhialetti dalle lenti piccole e circolari, tutti elementi che facevano venire in mente al Pacifici quella figura d’intellettuale depresso che si fa carico di tutti i mali del mondo (ma proprio tutti, perché tanto si sa che il mondo gira nella stessa direzione a tutte le latitudini, secondo principi generali astratti ed indubitabili) che non è che gli stesse antipatica, ma… boh, gli sembrava così lontana dalla vita quotidiana, fatta di lavoro, di responsabilità e di persone che ti chiedono continuamente il rispetto di norme e di doveri. Guardò a colpo sicuro poco distante dal giovane e notò il prevedibile banchetto dell’altrettanto prevedibile raccolta firme, le quali non implicavano formalmente alcun vincolo d’elargizione monetaria, che di fatto era però sottintesa e moralmente doverosa data la nobiltà della causa per cui si era mobilitato il fior fiore della società civile. Il ragazzo col basco cominciò a guidare verso il banchetto il passante accalappiato, usando parole dalla cortesia affettata per sollecitare il gratuito atto filantropico della firma, testimonianza di uno slancio morale che non necessariamente doveva essere corroborato dalla sostanza del vil danaro. Ma una volta che il signor Pacifici ebbe apposto la firma e si sentì a quel punto a disagio di fronte alle diverse paia d’occhi che lo scrutavano ormai in modo indiscreto e intimidatorio onde sollecitare il versamento di quell’obolo che forse (scusate la malizia, credo che il vostro narratore se ne pentirà prima di aver terminato il corrente periodo) si sarebbe impantanato nelle tasche di scioperati matricolati prima di giungere ad affamati, disabili e tossicodipendenti in via di redenzione, ecco che il dolorino ridiventò dolore! Questa volta però la mano indemoniata puntò più in basso, cioè al banchetto, che, artigliato alla base dell’asse orizzontale, quello su sui poggiava il registro delle firme, fu sollevato a mezz’aria e rovesciato sul giovane seduto dietro di esso. Non vi dico il pandemonio che ne derivò! Il quadro finale dell’episodio vide ancora una volta il Pacifici in fuga (ma forse stavolta non tanto per la vergogna, quanto piuttosto per un sano e semplice istinto di sopravvivenza), con uno sciame di persone, materializzatesi dai quattro cantoni del corso su cui si erano disseminate come altrettante tagliole in attesa di preda, che gli urlavano di tutto, compresi alcuni apodittici commenti sulla presunta attività professionale della madre e della sorella del signor Aldo, l’inaspettato carnefice dei loro ideali.  

 Fu con un sospiro di sollievo che, dopo tanto correre, si ritrovò di fronte al portone del suo condominio. Entrò di scatto e cominciò a salire la rampa di scale che separava il pianterreno dal primo piano, rallentando l’incedere per la presenza delle scale e per l’ovvio affaticamento dovuto alle disavventure della giornata, ma con il piglio deciso di chi non vede l’ora di serrarsi l’uscio alle spalle per lenire i malumori accumulati nel mondo esterno nel chiuso della nicchia della propria intimità.  

A metà circa delle scale stava china sul suo secchio, nell’atto di strizzare lo straccio, la donna delle pulizie, una signora ancor giovane e piacente, di cui il signor Pacifici, che stava salendo alle spalle di lei, notò la virtù callipigia che la plastica posa della lavoratrice aveva generosamente offerto alla sua vista. Ed ecco di nuovo il dolore… “No, questo no!” – urlava mentalmente il nostro a se stesso – “Questo proprio no!”. Ma fu tutto inutile. La mano, guidata dal braccio a sua volta istigato dall’articolazione della spalla, compì con morbida presa e voluttuoso compiacimento il più cavernicolo degli atti che Aldo Pacifici, il corretto e rispettabile signor Aldo, l’indefesso impiegato d’anagrafe e l’irreprensibile marito e padre di famiglia, avesse mai compiuto in vita sua.  

Un’altra fuga, direte voi! No, solo un gelido e surreale imbarazzo! La povera donna reagì come la scolaretta che rimane incredula di fronte allo scherzo appena tiratole dal più serio e severo dei suoi professori, incapace di profferire verbo alcuno e di capacitarsi di quel brusco e, a dire il vero, straniante mutamento di realtà. E anche il Pacifici, disfatto ed annichilito, si allontanò esterrefatto dall’ennesimo luogo del delitto, con la lentezza di una lumaca alla quale la propria casa comincia a pesare come una corazza.  

Quella notte non dormì, sebbene quel dolore maledetto fosse del tutto scomparso.   

Solo la mattina seguente, mentre era seduto alla sua modesta scrivania di travet, cercò di dare una spiegazione e un senso a ciò che aveva vissuto. Non ci riuscì. Da uomo semplice qual era arrivò soltanto alla conclusione, essenziale e disadorna, che era un bene che al mondo vigesse il divieto di fare tutto ciò che passa per la testa. Che era necessario osservare sempre le regole che organizzano la civile convivenza. Anche se questa disposizione d’animo costa sopportazione e sacrificio. E la rinuncia a qualche piccola soddisfazione.    

 


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