7.a Dove sbiadisce il sentiero

Dove sbiadisce il sentiero (dalla raccolta Dove sbiadisce il sentiero, 2006)

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    Non ho un ricordo chiaro del momento in cui, dopo essermi chiuso dietro le spalle la porta di casa, decisi di staccare la spina per un bel pezzo. Dovevo avere la mente annebbiata, come mi capita sempre in seguito a quelle esplosioni di collera che ormai stanno diventando, e me ne duole assai, uno sgradevole appuntamento quotidiano. L’impatto doloroso della mia sensibilità con quelle altrui, che, mi sbaglierò, ma sono sicuramente un po’ meno “sensibili” della mia, la noia, che mi calza a pennello come il nero e rozzo cappuccio infilato sulla testa della vittima di un sequestro: erano questi fantasmi della psiche a stimolare nei miei precordi la produzione incessante di quel liquore lattiginoso che prima avvolge il cervello come una membrana inibente e poi si propaga nel sistema nervoso fino a intorpidire i muscoli, a contrarre i tendini e a intaccare le ossa.   

Fu così che presi la macchina e cominciai a guidare come in trance, in uno stato di sospensione dalla realtà che faceva correre alla periferia dei miei occhi edifici, marciapiedi, passanti, semafori e concentrava la migliore potenza visiva sull’allucinazione di un punto localizzato oltre la città e lontano dal consorzio civile.  

Non so che ora della notte fosse né quanti chilometri avessi già percorso quando il bagliore di un lampo e il fragore del tuono immediatamente successivo mi destarono da quel surreale coma attivo; a essi seguì allora il potente boato del fulmine che schiantò la sua forza distruttiva su un grosso albero situato qualche centinaio di metri davanti a me sul margine destro della strada, polverizzandone in questo modo la chioma e i rami più fragili e penetrando come lama nel burro nella struttura coriacea del tronco, che con i due lembi superstiti disegnava ormai un’inquietante “v” fiammeggiante.  

Mi fermai istintivamente sul bordo della carreggiata, poco più indietro rispetto ai miseri resti dell’albero.    

A questo punto mi ritrovai in una situazione che pensavo potesse concretizzarsi solo nei libri o nei film di fantascienza, quando un evento prodigioso proietta lo sfortunato protagonista in una dimensione “altra” rispetto a quella da lui abitualmente frequentata. Con grande stupore dovetti infatti constatare che la strada da me percorsa fino a quel momento non aveva un seguito, e che alle ultime vestigia dell’asfalto, che stavano tuttora sotto le ruote della mia vettura, succedeva un sentiero in terra battuta che pochi metri più avanti curvava lasciandosi sulla destra l’arborea torcia, grazie alla cui illuminazione riuscivo a scorgere il fianco ripido del piccolo monte su cui s’inerpicava quella sorta di ampia mulattiera che mi si presentava ormai come l’unica via percorribile, a meno che non avessi avuto l’intenzione di tornare indietro. E questa non era certo la mia intenzione, dato che alla già radicata voglia di fuga si era aggiunta una febbrile curiosità.  

Risalito in macchina, mi misi lentamente in marcia seguendo la curvatura del sentiero e ritrovandomi pertanto sulla destra la “v” dagli ignei contorni, di cui potevo ammirare più da vicino la funebre maestosità e di cui ero in grado di percepire, attraverso il finestrino che avevo aperto per meglio vedere, il calore da essa emanato, che a quella distanza e a quell’ora non risultava troppo aggressivo, finendo anzi col mitigare piacevolmente la temperatura rigida della notte.  

La strada sterrata costeggiava il fianco del monte disegnando anse tutto sommato agevoli da percorrere persino in auto, nonostante l’irregolarità del terreno e il buio pesto che circondava la mia salita, il quale, appena scalfito dalla luce dei fari, non mi privava tanto della vista del paesaggio a valle ma soprattutto di punti di riferimento che avrebbero reso più rassicurante quel blando procedere, simile, almeno per un ipotetico e lontano osservatore, al volo disperato di una lucciola rimasta imprigionata in una casa disabitata. Poiché la larghezza dello sterrato si restringeva in modo direttamente proporzionale al crescere dell’altitudine, una volta giunto a metà montagna mi fu impossibile proseguire in macchina; dovetti perciò lasciarla in mezzo alla strada, dove peraltro non avrebbe bloccato di certo il traffico (avevo infatti la sensazione di essere l’unico squinternato al mondo a volermi inoltrare per il fianco di quello strano monte), e proseguire a piedi. Dopo aver percorso un paio di chilometri alla luce della torcia elettrica che tenevo nel portabagagli, notai un viottolo sulla sinistra e, poiché l’idea di continuare l’ascesa con quel buio non mi solleticava granché, lo imboccai senza indugi.  

Con la complicità della luna potei subito focalizzare di fronte a me una sorta di malga, con robusti tronchi d’albero a formarne la struttura verticale e una copertura di assi di legno a coronamento della rozza ma apparentemente solida abitazione; la porta e i battenti chiusi delle finestre, anch’essi in legno, lasciavano filtrare dai loro interstizi una luce abbastanza fioca, ma comunque ben distinguibile a contrasto con la cupezza monolitica dell’alpestre edificio.   

Percorsi il viottolo che si arrestava davanti alla porta e, dopo una leggera esitazione dettata dal timore di ciò che mi si sarebbe rivelato al di là di essa, mi convinsi a bussare, dosando però prudentemente la forza di quell’atto, che il freddo, la fame e la mia maledetta curiosità avrebbero naturalmente orientato verso modi meno urbani e quindi poco adatti alla presentazione che avrei dovuto presumibilmente sostenere non appena si fosse trovato sull’uscio l’inquilino della baita.  

Un cigolio lungo una vita accompagnò la lenta apertura della porta, la cui lignea superficie lasciò il posto al volto di un uomo sulla cinquantina, con la bruna capigliatura incolta alla pari della barba, particolari che me lo fecero assimilare in parte allo scampato a un sequestro e in parte al filosofo depresso interrotto nel bel mezzo di un’ardita speculazione di natura escatologica.   

Presentatomi con la massima gentilezza, gli chiesi se potesse darmi ricovero per la notte. L’uomo accettò di buon grado, nonostante che, al mio bussare, fosse stato costretto ad alzarsi dal letto in preda a chissà quali pensieri e paure, sorpreso dal ritrovarsi in casa un ospite a quell’ora di notte e in quel posto così isolato, ma allo stesso tempo contento di poter scambiare quattro chiacchiere con qualcuno che non fosse il suo cane dal folto pelo nero, accoccolato ad un metro dal camino pieno di legna scoppiettante. Il buon Tommaso, così si chiamava, era un artigiano d’altri tempi (ma in che tempi ero andato poi a finire dopo il fragore del fulmine?) dedito alla produzione di ceste e di piccoli soprammobili ottenuti intrecciando vimini, che teneva ammucchiati in un angolo del monolocale e che rivelavano già a prima vista una certa perizia tecnica e un primitivo quanto indiscutibile gusto estetico. Con cadenza quindicinale scendeva a valle per un sentiero che cominciava sul retro della malga per vendere i suoi prodotti ai villaggi vicini (quali villaggi? Poteva esistere a un centinaio di chilometri da casa mia una geografia a me così sconosciuta? E perché mi sembrava di aver percorso a ritroso le viscere del tempo? In quale dimensione parallela ero finito?) e per acquistare coi magri proventi quel poco di cui avevano bisogno lui e il sonnolento Ezechiele. I suoi contatti con il mondo civile si riducevano a quelle rare discese, dal momento che, ormai da tempo, aveva deciso di non coltivare durature relazioni coi suoi simili, che poi, se aveva deciso di onorare questo proponimento, tanto simili non lo erano più, e forse non lo erano mai stati. All’insincerità e al tedio, mi disse, aveva preferito la solitudine e la semplicità della vita rupestre. Pensavo tra me e me che dovesse esserci qualcosa di più, ma non osavo forzare con domande inopportune la reticenza del mio ospite, che mi aveva messo a disposizione come giaciglio per quelle poche ore che ormai separavano dall’alba un pagliericcio posto vicino al focolare, su cui mi coricai dopo aver consumato un frugale pasto a base di pane e formaggio. Chiusi gli occhi lasciando la mia mente in balia del crepitio della fiamma, del leggero ansimare del pingue Ezechiele, dello scricchiolio del pavimento percorso dai passi di Tommaso, gli ultimi prima che riprendesse posto nel suo giaciglio, collocato un po’ più lontano dal fuoco rispetto al mio e rispetto al cane. Furono gli ultimi rumori che avvertii in dormiveglia: poi mi addormentai pesantemente.  

Non era trascorso molto tempo che mi destai all’improvviso con la sensazione che la temperatura dell’ambiente in cui mi trovavo si fosse bruscamente abbassata. E constatai immediatamente che non si trattava di una mera impressione, dato che la porta della rustica abitazione era semiaperta e lasciava così entrare le rigide brezze dell’oscurità, che il calore del fuoco ormai morente non riusciva a contrastare. Realizzai di essere rimasto solo, visto che Ezechiele era scomparso e di Tommaso non erano rimaste che le pieghe irregolari prodotte dal suo corpo sul panno grezzo che faceva da coperta al suo povero giaciglio. Mi precipitai istintivamente fuori, mi guardai intorno, ma non scorsi traccia alcuna di loro.  

Dove potevano essere andati? E per fare cosa? Da diverse ore mi muovevo con il grado di consapevolezza di un automa il cui agire doveva essere stato orientato dal misterioso creatore verso finalità altrettanto arcane, ma da cui non si sarebbe potuto affrancare; ritornare sul viottolo che avevo percorso per giungere alla baita e continuare quindi lungo la mulattiera che s’inerpicava verso la cima dell’altura non fu pertanto una scelta, ma un impulso insopprimibile, lo stesso che forse mi suggerì che l’ipotesi che i due potessero aver percorso il sentiero per il villaggio fosse decisamente da scartare.   

Mi gettai in quella sorta d’inseguimento (si può definire tale se non si conosce l’esatta direzione presa dagli inseguiti e se non si è consapevoli della ragione per cui lo si fa?) brandendo la mia torcia come il salvacondotto per chissà quale verità recondita. Dopo aver percorso non più di un chilometro, notai alla mia sinistra una variazione del sentiero che penetrava in una fitta boscaglia, con grandi alberi ai due lati che disegnavano una parvenza di viale.    Che fare adesso? Continuare la salita o deviare? L’intrico del bosco mi parve all’istante uno scenario più adeguato all’ambientazione di quel mistero che stavo vivendo rispetto alla nuda roccia che mi aspettavo di trovare sulla vetta, e pertanto deviai.   

Camminavo a passo accelerato con lo sguardo puntato verso il terreno, non solo per evitare sassi, rami e irregolarità che avrebbero potuto farmi inciampare, ma anche per non perdere mai di vista il tracciato, poiché la copertura delle chiome degli alberi sopra di me mi privava del chiarore della luna e rischiava di farmi deviare per scarsa visibilità in uno di quei viottoli che si aprivano negli spazi tra albero e albero.  

A un certo punto notai che sulla terra battuta cominciavano a comparire ciuffi d’erba, prima radi e poi, procedendo più avanti, a diffusione sempre maggiore, fino a quando l’erba non lasciò intravedere che poche macchie di pallido marrone soffocanti nel dominio del verde intenso. Il sentiero ormai non esisteva più; era sbiadito gradualmente fino a congedarsi del tutto, come ad indicare l’avvenuto passaggio in un nuovo ambiente, dove all’uomo non era interessato arrivare o dove non era potuto arrivare per il compromesso stipulato con la natura, che, da presenza misurata e composta, tornava a manifestarsi prepotentemente, come la signora d’indole impetuosa e selvaggia che si abbandona agli impulsi più sfrenati e segreti dopo aver concluso i suoi obblighi sociali e dopo aver fatto congedare nella sua stanza l’indiscreta ancella.   

Né il sentiero, a dire il vero, mi sarebbe servito ancora, perché la sua scomparsa definitiva coincise col termine di quella sorta di viale alberato, davanti al quale si apriva ora un ampio prato, rischiarato dalla luna piena con tale veemenza da sembrare aggredito dai suoi raggi come dalle scudisciate di un inesorabile negriero. Esso era incredibilmente contornato da un cerchio di grosse rocce, scintillanti come le perle di una collana, con al centro una roccia alta almeno il triplo delle altre che puntava in direzione della luna, come un altare rivolto al suo nume in atto di supplice intimità.  

Non ebbi necessità d’inoltrarmici per continuare la mia ricerca, perché ciò che vidi le poneva fine, dando però inizio all’esperienza conoscitiva più straordinaria della mia vita, talmente stupefacente e nel contempo terrificante che mi venne istintivo gettarmi dietro una delle grosse rocce per assistere all’epifania di quel prodigio in condizioni di maggiore sicurezza.    

Una creatura scura stava ritta su quella sorta di menhir; la sua figura sembrava protesa verso la luna con tutte le sue energie, che partivano dalle estremità e percorrevano con scosse nervose il corpo fino a raccogliersi nel muso allungato, che le consegnava sonoramente, in forma di lunghi e disperati ululati, a quell’idolo appeso alla volta stellata. C’era un qualcosa di raccapricciante e di straziante allo stesso tempo in quel lamento, come un tentativo di ricongiungimento fallito, reso forse ancor più annichilente dalla repentina risalita, dal fondo della memoria, dei ricordi di una felicità perduta.   

Molto più sconvolgente fu però l’incedere sulle due zampe posteriori di un altro essere dalle fattezze antropomorfiche che, con la schiena curva in avanti e le zampe anteriori, vagamente somiglianti a braccia umane, tenute penzoloni fino a sfiorare l’erba, si approssimava al sacerdote ululante, allo stesso modo del fedele che si accosta fisicamente al luogo dove avviene la celebrazione del rito per parteciparvi.   

Officiante e adepto rivelavano la condivisione della medesima natura lupesca, con la differenza che, nel secondo, l’animalità era stemperata da brandelli d’umanità, riscontrabili qua e là come i resti sdruciti dell’umile vestiario che facevano capolino nella foresta di pelo irsuto del licantropo.  

Non mi fu difficile capire chi fossero, o meglio, chi fossero state le due creature fino a pochi momenti prima; se però Ezechiele aveva mutato solo il comportamento, Tommaso aveva subito una vera e propria metamorfosi, che ne aveva ingigantito le membra (evidentemente gli indumenti si erano lacerati non essendo riusciti a contenere l’accresciuta massa corporea), curvato la spina dorsale, modificato la conformazione del cranio e delle mascelle, rendendolo così fratello del suo cane, che in questa nuova dimensione, al contrario che nella precedente, aveva strappato al padrone il ruolo di capo e di guida.  

Tommaso, o meglio la creatura che aveva fagocitato Tommaso confinandolo in qualche recondito antro posto nella profondità delle sue viscere, cominciò quindi a rotolarsi in terra, contorcendosi e grattandosi nel terreno fino a sradicare la tenera erbetta e a raggiungere l’argilla sottostante, che finì con l’aderire alla pelliccia formando su di essa uno strato polveroso; tutto questo avveniva però senza che il lupo mannaro distogliesse lo sguardo dalla luna, sua genitrice e ispiratrice, verso la quale, infine, tese le zampe anteriori in una specie di ansia di riconciliazione.  

E così le creature terrestri guardavano all’abitante del cielo, che immobile e imperturbabile ricambiava da lontano la loro attenzione facendole fluttuare nella sua luce, di cui s’inebriavano avide.   

Quella notte l’astro sembrava benevolo.   

 


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