7.n La setta dei giovani vecchi - Prologo

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Giovanni Eufemi, residente nella cittadina di Castel Chimerico, era arrivato alla rispettabile età di quarantadue anni senza avere ben chiaro in testa un concetto basilare: la differenza tra la gioventù  e la vecchiaia.

Sicuramente la società, con l’evolversi dei costumi e degli stili di vita, aveva avuto una grossa fetta di responsabilità nel determinare la lacunosa preparazione di Giovanni Eufemi su tale argomento; non possiamo tuttavia escludere che in fondo fossero state le ambiguità che l’esistenza stessa si trascina dietro fin dalla notte dei tempi ad aver contribuito in modo ancor più generoso a quella forma di grave e tutto sommato diffusa ignoranza, forse consegnata a tutti i mortali, non solo al nostro eroe, come sottile corollario del peccato originale.Comunque sia, una cosa era certa: Giovanni, su questo tema, era stato sempre parecchio confuso.

Verso i sei o sette anni, ad esempio, quando piagnucolava per avere un giocattolino che aveva visto in mano a un altro bambino appena più piccolo, il padre, per distoglierlo da quel capriccio di possesso, gli diceva che ormai era grande e doveva comportarsi da ometto. Quando, nel periodo della scuola media, andava a dormire un po’ più tardi del solito per il prolungarsi del film trasmesso in televisione in prima serata, la madre, rimboccandogli le coperte come se fosse un infante, gli sussurrava ad un orecchio che non gli faceva bene mettersi a letto così tardi, perché era ancora piccolo e ciò non giovava alla sua crescita. Negli anni a seguire, poi, raccapezzarsi col significato delle parole “grande” e “piccolo” era diventato ancora più difficile, come aveva dovuto amaramente constatare quando una volta la cassiera del cinema aveva respinto la richiesta di ingresso sua e di alcuni coetanei, i quali, in grado di esibire i soldi per il biglietto, si mostravano più impacciati nel convincere la zelante ragazza di avere già compiuto i diciotto anni necessari alla visione di quel genere di pellicola. Ma come? Gli amici del loro giro, quelli un po’ più vecchi ed esperti della vita, dicevano che era inammissibile che alla loro veneranda età fossero ignoranti in fatto di cinematografia a luci rosse, e alla cassa del cinema si sentivano respingere in quanto troppo giovani? Insomma, bisognava decidersi: o “grandi” o “piccoli”! E che confusione era mai quella? Non è che un povero adolescente poteva essere sballottato di qua e di là alla mercè delle diverse opinioni di questo o di quell’altro! Fu più o meno in quel periodo che Giovanni Eufemi cominciò a non capirci più nulla in fatto di fasi dell’umana esistenza, al punto che proprio non riusciva a comprendere quali fossero le esperienze più consone a ciascuna delle età della vita che egli, come ognuno di noi, toccò e attraversò col trascorrere degli anni.

Ma forse adesso le cose sarebbero cambiate, perché la storia terrena di Giovanni Eufemi sembrava essere davvero arrivata a quel punto di svolta che avrebbe chiarito tutto, e lo avrebbe consegnato a quell’età adulta caratterizzata dalla piena realizzazione professionale e umana.

Allo stato attuale, infatti, il quarantaduenne Giovanni Eufemi era indubitabilmente un giovane di belle speranze.  Sì, avete capito bene, un “giovane” di grandi qualità e di radiose prospettive, secondo il parere di tutti coloro che lo conoscevano bene. E lo testimoniavano i brillanti risultati che, pur in così “tenera età”, aveva già conseguito. Il suo primo motivo d’orgoglio era innanzitutto quello di essere un insegnante con contratto in procinto di divenire “a tempo indeterminato”, dato che la sua invidiabile posizione nella graduatoria di concorso gli consegnava la quasi matematica certezza di entrare in ruolo in occasione dell’ormai prossima mandata di nomine, per la precisione la settima, alla faccia di altri suoi colleghi, persino più anziani, che deambulavano senza requie come spiriti in pena lungo i corridoi di tutte le scuole del reame. Giovanni era poi membro autorevole della locale sezione del partito di maggioranza relativa in sede di consiglio comunale, sebbene non fosse ancora membro effettivo del consiglio comunale stesso, data la ovvia e sacrosanta precedenza che avevano i membri anziani del partito nella definizione della lista elettorale, nella quale d’altronde non lo avevano mai incluso per evitargli l’onta di una candidatura di servizio destinata alla bocciatura. E perché mai insozzare con quella macchia il curriculum glorioso che senza dubbio avrebbe vantato in futuro? Giovanni era fortunato ad avere amici più maturi che lo allevavano con la cura riservata soltanto a un puledro di razza! Tra le benemerenze di Giovanni Eufemi, infine, c’era quella che potremmo definire la ciliegina sulla torta, vale a dire la relazione con la bella Eleonora, fresco bocciolo di anni quaranta con cui era in predicato di sposarsi dopo un’appassionata frequentazione ormai decennale, finalmente sgombra da ostacoli di natura economica e, a quanto pare, dalla naturale esitazione della pulzella, pudicamente e, pertanto, anacronisticamente incerta (e come non capirla…!) di fronte alla prospettiva di legarsi per sempre a quell’omaccione barbuto e dal petto villoso, che pure era un pezzo di pane innamorato…

Eh già…! Perché le rosee aspettative di cui abbiamo detto Giovanni le condivideva, a parole e a sentimenti, con la cara Eleonora Gelsomini…

Questa era una bella “ragazza” di media statura, mora e dai lunghi capelli, i quali incastonavano occhi grandi e labbra rosse e carnose. Eleonora era segretaria nello studio del notaio Amato da una decade; donna attiva e piena di interessi, iscritta ad associazioni per la difesa dell’ambiente e la tutela dei diritti degli animali, amava anche tenersi in forma, soprattutto praticando vari tipi di danza nella palestra “Luna Calante”. Una donna così, gli aveva detto nonno Leonzio quindici anni prima, al tempo del loro fidanzamento, era un investimento per il futuro: seria, affidabile, morigerata, moderna quel tanto che bastava per andare incontro ai gusti del marito di oggi, che non avrebbe saputo cosa farsene di una donna come la nonna Eulalia, integerrima e perfetta, ma pur sempre un residuato di un’altra epoca ormai tramontata… Insomma, un compromesso tra il vecchio e il nuovo che portava nonno Leonzio, all’epoca ancora lucido e razionale, a indicarla come una ragazza da sposare. E poi Giovanni sentiva proprio il bisogno di una donna così: lui, un po’ sognatore e a tratti inconcludente, aveva la necessità di avere al proprio fianco una persona concreta, attiva e poco incline alle smancerie, in grado di fornire sicurezza e nel contempo dolcezza e affetto con la concretezza degli atti quotidiani e la sua rassicurante presenza. E poi era così pudica…! Quanto aveva dovuto penare il povero Giovanni per poterle dare il primo bacio… Per non parlare poi… sì, insomma… del passo successivo… della piena realizzazione dell’atto d’amore… Ah, che faticosa conquista! Ma quale maggiore garanzia di serietà e moralità avrebbe potuto pretendere da una donna, se non la lunga attesa cui Eleonora l’aveva costretto? Certo, nel corso degli anni anche lei si era evoluta: più attiva, estroversa, indipendente… Ma sotto quella vernice di lucente modernità c’era sempre la cara e vecchia (senza offesa…) Eleonora, il sicuro puntello della vita di Giovanni Eufemi.

Lo so, lo so… Ai cari lettori, a questo punto, verrebbe spontaneo rivolgersi  a quel modesto narratore che sono per dire: “Ah narratore, ma quale giovane promessa d’Egitto! A quarantadue anni? E quale fresco bocciolo…! Ma lo conosci davvero il significato della parola ‘giovane’? Narratore, tu vaneggi…!”

No, amatissimi lettori, non vaneggio. Siete voi, al contrario, che dovete intendere il termine “giovane” nell’accezione moderna, consona alla fisionomia assunta dalla società attuale. Data infatti la lentezza con cui ci si appropinqua all’età adulta, peraltro in piena sintonia con la vertiginosa crescita della durata media della vita, la quale assicura una piena compensazione del tempo perduto nell’attesa, risulta evidente quanto sia opportuno e pienamente rispondente alla realtà biologica e sociale dei nostri tempi ridefinire il lessico delle età della vita, concedendo una generosa proroga all’adolescenza, fastosamente gaudente fino ai trent’anni abbondanti, e dilatando i confini della giovinezza “matura”, il fior dei gentili anni, sino alle soglie dei cinquanta, sempre partendo dal presupposto, beninteso, che non conta l’età anagrafica, ma quella che uno si sente dentro! Non stupisca pertanto che uno scrittore di quarantacinque anni venga definito “giovane”, perché egli è appena giunto a quella fase del suo percorso artistico in cui potrà sperare di ricevere attenzione da critici e lettori, paragonabile in questo a uno di quegli adolescenti che abbia appena acquisito consapevolezza della propria sessualità e fissi pertanto le ragazze con occhi sgranati per la sorpresa e l’avidità di possesso, lieto di essere finalmente giunto in quel periodo della vita in cui legittimamente potrà sperare che il proprio sguardo venga ricambiato e compensato con generosa moneta, o, meglio, col più soddisfacente dei baratti. E non stupisca a maggior ragione che lo scrittore di una decina d’anni più giovane non venga, a parte rare eccezioni, considerato neppure tale, come il bambino che debba ancora venire alla luce, a proposito del quale si ignora non già quali prospettive abbia in vista del proprio futuro, ma addirittura se sarà maschio o femmina.

Ecco perché Giovanni Eufemi, di anni quarantadue, era da considerarsi ancora “giovane”, e così la sua dolce metà.


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