Luca Rachetta: frammenti di bello stile dal Novecento letterario

penna-su-foglio.jpg Concedetemi questo divertissement: vi propongo alcuni frammenti di bello stile narrativo italiano del secolo scorso. Che ne pensate? Voi cosa aggiungereste? Aprite questa notizia, leggete e fatemi sapere! :)

Avrebbe voluto avere una coscienza fresca, così disse, fresca, e che gli chiedesse di compiere altri doveri, non i soliti, altri, dei nuovi doveri, e più alti, verso gli uomini, perché a compiere i soliti non c’era soddisfazione e si restava come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sé, delusi.

(Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia)

 

Ninetta si allontanò col suo passo rapido e silenzioso, ma in Giovanni Percolla rimase un fremito di leone, quasi che la ragazza, passando, gli avesse buttato addosso la pelle viva di quel nobile animale. Che sensazione piacevole, che ampio e fresco respiro, che nuova gioventù! Subito il motivo di una canzonetta cominciò a rantolare nella sua gola che nulla di estraneo alla parola aveva mai ospitato, all’infuori della tosse.

(Vitaliano Brancati, Don Giovanni in Sicilia)

 

C’è poco da dire: ci siamo fissati tutti in buonafede in un bel concetto di noi stessi. Monsignore, però, mentre voi vi tenete fermo, aggrappato con tutte e due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche, vi scivola, vi scivola, vi sguiscia come un serpe qualche cosa, di cui non v’accorgete. Monsignore, la vita!

(Luigi Pirandello, Enrico IV)

 

In luogo della caviglia sottile e del leggiadro piede, dalla gonna si vedevano sbucare due piedi forcuti di capra, di linea elegante, a vero dire, eppure stecchiti e ritirati sotto la seggiola. E il curioso era che queste zampe, a guardarci bene, parevano la logica continuazione di quelle cosce affusolate; né alcuni lunghi ciuffi di pelame ruvido bastavano a stabilire un’ideale soluzione fra l’agile corpo e le sue mostruose appendici.

(Tommaso Landolfi, La pietra lunare)

 

A questo punto tacque, la direttrice, e si mise a guardare giù in fondo, più giù… ma non in fondo alla stanza, il suo sguardo oltrepassava tutte le muraglie. E veramente quando rientrando i denti, non al completo perché la bocca non era capace di contenerli, e socchiudendo gli occhi guardava laggiù laggiù… non era più la direttrice di una scuola elementare, ma non si sapeva dove potesse incominciare né dove andasse a finire la sua direzione.

(Aldo Palazzeschi, Le sorelle Materassi)

 

Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

(Cesare Pavese, La luna e i falò)

Nessuno infatti, neppure la sua padrona di casa, al di fuori delle vuote congetture poteva farsi un’idea di quel che c’era sotto il suo rigido doppio petto: la più imprevedibile biancheria, il segno di qualche ferita di guerra, una villosità scimmiesca o forse una pelle bianca da giovinetto come hanno spesso i più rozzi contadini.

(Piero Chiara, La spartizione

 

Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.

(Italo Calvino, Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città)

 

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