Letteratura e brigantaggio: Luca Rachetta su Sestante

isestante-risorgimento-ridotta.jpg Fresco fresco di stampa ecco l’ultimo numero di Sestante, reso possibile grazie ai contributi che i collaboratori e gli amici della rivista hanno dedicato al 150° dell’Unità d’Italia. Aprendo questa notizia potrete leggere la versione integrale del mio articolo su Letteratura e brigantaggio.

Buona lettura e a prestissimo!

LETTERATURA E BRIGANTAGGIO

 Il brigante dell’Italia postunitaria nell’immaginario popolare e nelle pagine degli scrittori 

di LUCA RACHETTA     

 

 La figura del brigante in letteratura si ammanta di mito, soprattutto nella produzione popolare e presso gli scrittori dell’Ottocento (Irving, Byron, Scott). La comunità che legge o ascolta le storie sui briganti finisce col provare simpatia nei confronti dei protagonisti di vicende contrassegnate da una violenza che non risulta mai gratuita, qualificandosi essa piuttosto come risposta a una violenza precedentemente subita che fa del brigante, al di là della connotazione criminale delle sue azioni, una sorta di vittima.  

 Il brigante è talvolta un uomo proveniente da classi sociali disagiate che, dopo aver subito una prevaricazione di qualche tipo, si dà alla macchia per salvarsi e per creare le condizioni che lo porteranno a farsi giustizia da sé, dato che le leggi non lo tutelano e stanno dalla parte del potente e del prepotente di turno; oppure può assumere i panni di un aristocratico, di un benestante che ha subito un’angheria o ha abbracciato una causa politica. Nascono così nel primo caso figure leggendarie come Fra Diavolo, il Passatore e i tanti corsari della marineria anglo-olandese, nel secondo caso Robin Hood, Zorro o la Primula Rossa, che assurgono poi allo status di vere e proprie creature letterarie.  

Esiste tuttavia una profonda differenza tra il brigante dei racconti popolari e degli scrittori romantici e il brigante dell’Italia meridionale postunitaria descritto nelle opere letterarie. Questo perché in Italia, dopo il 1861, cantastorie, poeti e scrittori furono frenati dal timore di subire l’accusa di apologia di reato. Non c’è dunque spazio per l’epica, perché il racconto sui briganti deve essere edificante, ossia valere come monito a non incorrere in tali forme di condotta illegale, oppure, in altri casi, deve presentarsi come analisi scientifica dei fatti. Il brigante, insomma, diventa per scrittori e intellettuali un disperato, un assassino, uno sbandato, al di là di qualsiasi attributo di matrice mitica o leggendaria che, descrivendo il fuorilegge come un ribelle assetato a suo modo di giustizia, getterebbe una luce di ambiguo fascino sul personaggio. Fascino ambiguo quanto socialmente e politicamente pericoloso, essendo il brigante dipinto come un acerrimo nemico del neonato Regno d’Italia. Nel decennio 1861-70 la pubblicistica italiana, protesa a difendere le ragioni dell’unità, lascia agli intellettuali stranieri il compito di fare da controinformatori: vengono così date alle stampe in Francia, in Spagna e in Inghilterra opere contenenti delle descrizioni dettagliate del brigantaggio meridionale alimentate dal seme di una nuova interpretazione dello stesso, inteso non come semplice vicenda di malavita organizzata o di reazione filoborbonica ma come fenomeno sociale, corollario della più ampia problematica della questione meridionale. In Italia dobbiamo aspettare la fine dell’Ottocento per incontrare studi scientifici o articoli di giornale che sposino questa lettura del brigantaggio o per constatare che anche in Parlamento gli interventi di alcuni deputati procedevano nella medesima direzione, aprendo la strada agli ulteriori progressi compiuti nell’esegesi del problema negli anni a seguire.  

A chi volesse continuare questa breve storia della fortuna che il brigantaggio incontrò e, tutto sommato, incontra ancora in letteratura, da noi appena abbozzata e condotta sino alla fine dell’Ottocento, consigliamo il saggio di Raffaele Nigro intitolato Il brigantaggio nella letteratura, ricco di riferimenti bibliografici in grado di stimolare molteplici spunti di riflessione e di fornire altrettanti suggerimenti di approfondimento.    

Un altro interessante percorso in grado di far luce sulla natura del brigantaggio meridionale e sulle sue caratteristiche salienti si snoda, a nostro avviso, attraverso l’approccio diretto alle pagine degli scrittori dell’epoca e alla forza immaginifica e suggestiva della loro parola, in un gioco di rimandi tra letteratura e storia che consente di entrare nel cuore dell’argomento attraverso la piacevolezza della lettura.  

Ad esempio la novella di Giovanni Verga intitolata Libertà, pur non parlando direttamente di banditismo meridionale, mostra in un certo senso le origini sociali del brigantaggio, vale a dire l’ostilità dei poveri nei confronti dei privilegi dei ricchi, di certo preesistente al nuovo stato unitario, il quale risulta tuttavia colpevole di aver aggravato tensioni e disagi con una serie di interventi mancati o scriteriati (nessuna riforma agraria,  abolizione delle terre demaniali, aumento delle tasse, servizio di leva obbligatorio).   

L’eccidio di Bronte, cui la novella fa riferimento, risale infatti al 1860 e s’inquadra nell’ambito degli avvenimenti legati all’impresa dei Mille. Garibaldi, che già godeva delle simpatie popolari e soprattutto contadine, distribuisce alcune parti delle terre demaniali ai combattenti siciliani, onde stimolare la partecipazione delle masse alla guerra contro l’esercito borbonico. I contadini, memori della promessa e poi inattuata riforma agraria di qualche anno prima e forse credendo che sarebbe stata realizzata ora da Garibaldi e dal nuovo stato italiano che si andava profilando all’orizzonte, si danno all’occupazione anarchica delle terre demaniali e delle terre usurpate dai latifondisti, accompagnandola a violenze nei confronti dei “galantuomini” nel nome di quella “libertà” che per loro significava essenzialmente terra e pane, senza implicazioni politiche filoborboniche o antisabaude che fossero.  

In un’altra novella verghiana, L’amante di Gramigna, il fascino irresistibile che il brigante Gramigna esercita sulla protagonista, pur in mezzo alla generale riprovazione della comunità, potrebbe in un certo senso esemplificare la sottile malia che la figura del brigante esercitava su alcune frange della popolazione; una forza seduttrice che portava molti a idealizzare le imprese banditesche nel senso di una eroica ribellione contro quelle ingiustizie che la società e lo Stato perpetravano nei confronti dei poveri e degli indifesi. Anche in un testo come questo, in cui il narratore popolare si fa portavoce della dura condanna della società nei confronti del brigante e in cui si reca testimonianza della feroce repressione attuata dalle autorità per difendere i ricchi proprietari terrieri ed evitare inoltre che “la mala pianta” del brigantaggio potesse attecchire in altri terreni e diffondersi pericolosamente, si può in effetti osservare che il mito del brigante sopravvive: il mito dell’uomo solo che combatte disperatamente contro mille, per giunta sul campo di battaglia di una natura arida e ostile, che rende ancora più epica la sua lotta. 

Parecchi anni or sono, laggiù lungo il Simeto, davano la caccia a un brigante, certo Gramigna, se non erro, un nome maledetto come l’erba che lo porta, il quale da un capo all’altro della provincia s’era lasciato dietro il terrore della sua fama. Carabinieri, soldati, e militi a cavallo, lo inseguivano da due mesi, senza esser riesciti a mettergli le unghie addosso: era solo, ma valeva per dieci, e la mala pianta minacciava di moltiplicarsi. Per giunta si approssimava il tempo della messe, tutta la raccolta dell’annata in man di Dio, ché i proprietarii non s’arrischiavano a uscir dal paese pel timor di Gramigna; sicché le lagnanze erano generali. Il prefetto fece chiamare tutti quei signori della questura, dei carabinieri, dei compagni d’armi, e subito in moto pattuglie, squadriglie, vedette per ogni fossato, e dietro ogni muricciolo: se lo cacciavano dinanzi come una mala bestia per tutta una provincia, di giorno, di notte, a piedi, a cavallo, col telegrafo. Gramigna sgusciava loro di mano, o rispondeva a schioppettate, se gli camminavano un po’ troppo sulle calcagna. Nelle campagne, nei villaggi, per le fattorie, sotto le frasche delle osterie, nei luoghi di ritrovo, non si parlava d’altro che di lui, di Gramigna, di quella caccia accanita, di quella fuga disperata. I cavalli dei carabinieri cascavano stanchi morti; i compagni d’armi si buttavano rifiniti per terra, in tutte le stalle; le pattuglie dormivano all’impiedi; egli solo, Gramigna, non era stanco mai, non dormiva mai, combatteva sempre, s’arrampicava sui precipizi, strisciava fra le messi, correva carponi nel folto dei fichidindia, sgattajolava come un lupo nel letto asciutto dei torrenti. Per duecento miglia all’intorno, correva la leggenda delle sue gesta, del suo coraggio, della sua forza, di quella lotta disperata, lui solo contro mille, stanco, affamato, arso dalla sete, nella pianura immensa, arsa, sotto il sole di giugno. (da Giovanni Verga, L’amante di Gramigna, in Vita dei campi  

 La cattura di Luigi Pirandello offre poi la possibilità di fare alcune osservazioni sulle condizioni sociali che alimentano il fenomeno del brigantaggio, che l’umorismo pirandelliano coglie in modo assolutamente originale e con rara efficacia, ricavandole da pochi dati quali l’impaccio dei sequestratori di fronte alla matita, indice di analfabetismo e ignoranza, e le loro mani secche e cretose, proprie di lavoratori della terra spinti alla delinquenza dal bisogno. 

Il Guarnotta spiegò come; e i tre allora, dopo essersi guardati negli occhi, uscirono dalla grotta. Nel vederli uscire, così carponi, come tre bestie, non poté fare a meno di sorridere ancora una volta, il Guarnotta. Pensò che ora di là si sarebbero messi in tre a temperare quella matita, e che forse, a furia di potarla come un ramo d’albero, non ne sarebbero venuti a capo. Già, ma lui ne sorrideva, e forse la sua vita in quel punto dipendeva dalla ridicola difficoltà che quei tre incontravano in quell’operazione per loro nuova: forse, stizziti di vedersi mancare in mano la matita a pezzo a pezzo, sarebbero rientrati a fargli la prova che se i loro coltelli non erano buoni da temperare una matita, erano però buoni da scannarlo. E aveva fatto male, un errore imperdonabile aveva commesso a dichiarare a quel Manuzza d’averlo riconosciuto. - Ecco: si bisticciavano di là, sbuffavano, bestemmiavano… Certo, si passavano dall’uno all’altro quella povera matita da un soldo sempre più corta. Chi sa che coltelli avevano in mano, in quelle loro manacce scabre e cretose. (da Luigi Pirandello, La cattura, in Novelle per un anno)   

A voler concludere con le parole di Francesco Saverio Sipari, che fu tra i primi a considerare l’origine sociale del fenomeno, possiamo dunque affermare che “il brigantaggio non è che miseria, miseria estrema, disperata”. 

Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento, non possiede che un metro di terra in comune…al camposanto…Tutto gli è stato rapito o dal prete al giaciglio di morte, o dal ladroneccio feodale, o dall’usura del proprietario, o dall’imposta del comune e dello stato: il contadino non conosce pan di grano, né vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta, segale o melgone, quando non si accomuna con le bestie a pascere le radici che gli dà la terra.. Il contadino non possedendo nulla, nemmeno il credito, non avendo che portare all’usuraio o al monte dei pegni, allora (oh! io mentisco!) vende la merce umana: esausto l’infame mercato, piglia il fucile, e strugge, rapina, incendia, scanna, stupra…e mangia.  (F.S.Sipari, Lettera ai Censuari del Tavoliere)                

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