Luca Rachetta legge “Il Consiglio d’Egitto” di Leonardo Sciascia

sicilia_consiglio_egitto.jpg Per una volta voglio fare di questo blog un piccolo aNobii e proporvi la mia lettura del romanzo Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia, che potete trovare aprendo questa notizia. Contando che la proposta possa suscitare il vostro interesse, vi auguro una buona lettura!

Sicilianità e Illuminismo nell’opera di Leonardo Sciascia: Il Consiglio d’Egitto.                                   

 di Luca Rachetta 

Anni fa, occupandomi di Vitaliano Brancati, ebbi modo di approfondire alcuni aspetti della narrativa di Leonardo Sciascia, che dell’autore di Pachino si è sempre definito estimatore e, per certi aspetti, allievo. Basti pensare che in A ciascuno il suo vengono citati sia Brancati, l’autore favorito del professor Laurana, il protagonista del romanzo, sia Giovanni Percolla, mattatore del Don Giovanni in Sicilia e portatore di alcune di quelle componenti culturali che contribuiscono a formare il concetto di “sicilianità”, vale a dire l’insieme dei tratti caratteristici che Sciascia e molti altri scrittori isolani, da Verga a Bufalino, hanno attribuito all’uomo di Sicilia. Sciascia usa anche il termine “sicilitudine”, da intendersi come “la sostanza di quella nozione della Sicilia che è insieme luogo comune, idea corrente, e motivo di univoca e profonda ispirazione nella letteratura e nell’arte”. Nella definizione di “sicilianità” risultano illuminanti le parole del critico Addamo, il quale coglie nell’opera di Leonardo Sciascia, più precisamente nel Quarantotto, ne La zia di Sicilia e ne La morte di Stalin, “la perenne rassegnazione di una gente la quale, al di fuori di Dio, non sa trovare nella storia alcuna fiducia per la propria esistenza, tranne a non sostituire Dio con altri e nuovi miti, la zia americana, o Stalin, o il destino, e la figura di Calogero ci dà appunto la precisazione mitologica di una speranza che ha bisogno di cercarsi punti di appoggio per rendere accettabile, cioè possibile, l’esistenza. Ma anche la speranza, vuol dirci Sciascia, è il prodotto di un disagio, il segno e l’aspetto di un’alienazione”, cosicché, nei romanzi dello scrittore di Racalmuto, “la sconfitta è della civiltà, del maestro di scuola, dell’ufficiale dei carabinieri, di chi guarda avanti al futuro, e intanto è legato da una realtà che è viva eppure è già di ieri, di un eterno passato”. Ciò che l’esegesi di Addamo ha riscontrato nella prima parte della produzione di Sciascia vale anche per la narrativa della maturità, che si muove difatti nel solco della “sicilianità”, intrisa della disillusione di un popolo che, più di altri, ha dovuto fare i conti con promesse di rinnovamento mancate che hanno lasciato inalterata la condizione di sfruttamento e di arretratezza precedente, al punto da condizionarne l’indole, divenuta, qualora non incline a forme di sterile ribellismo come il brigantaggio, ora diffidente e riottosa, ora fatalistica e sfiduciata.Bisogna tuttavia osservare che la “sicilianità”, in Brancati come in Sciascia, è oggetto di critica e di denuncia, nel nome di un nume tutelare che è la ragione, illuministicamente intesa come strumento per leggere correttamente la realtà, denunciarne storture e sensibilizzare la società alla necessità di apportarvi correzioni virtuose e lungimiranti.In tal senso infatti deve essere interpretata quella ricerca di giustizia che anima i personaggi sciasciani, dal capitano dei carabinieri Bellodi de Il giorno della civetta al professor Laurana di A ciascuno il suo, sino ad arrivare all’avvocato Di Blasi de Il Consiglio d’Egitto, romanzo storico in cui la società siciliana di fine Settecento appare impelagata nelle pastoie di privilegi di casta che la consegnano a una condizione di arretratezza sociale e morale in cui gli ideali illuministici di equità e di progresso, che giungono dall’estero come fantasmi sbiaditi e sfibrati di valori inconcepibili, sono percepiti come minaccia e incarnazione del male assoluto; un romanzo in cui le due componenti di cui abbiamo detto, la “sicilianità” e l’approccio illuministico alla scrittura e alla vita, sembrano essere colte in un momento emblematico, in cui compaiono nella loro nuda essenza e mostrano senza ambiguità gli elementi costitutivi della loro antitesi.Sciascia ambienta difatti Il Consiglio d’Egitto in un frangente storico in cui il sistema feudale siciliano sembra vacillare per effetto degli interventi della corte napoletana che, nella persona del viceré di Sicilia Domenico Caracciolo, cerca di colpire i privilegi dei latifondisti e degli esponenti isolani dell’Ancien Régime, scontrandosi però contro gli impedimenti radicati in quella cultura atavica che sempre rappresenta il limite invalicabile per gli eroi sciasciani.

Aveva individuato (il Caracciolo, ndr) e messo a  nudo i punti dolenti, i gangli paralizzanti della vita siciliana; e anche se non era riuscito a sanarli o a reciderli, ne lasciava chiara diagnosi alle poche persone effettivamente preoccupate e sinceramente ansiose che nella loro patria il diritto prendesse il luogo dell’arbitrio, che uno Stato ordinato, giusto, civile si sostituisse al privilegio e all’anarchia baronale, al privilegio ecclesiastico.Aveva fatto quanto era in suo potere di fare; qualche volta era forse andato al di là del suo potere. E tuttavia, pensava Di Blasi, un uomo simile non poteva non sentirsi sconfitto. Quel che lasciava di durevole era affidato alla coscienza avvenire, alla storia: ora sarebbe bastato un tratto di penna a ricostituire quei privilegi che si era adoperato a demolire, quelle ingiustizie che aveva potuto riparare; sarebbe bastato un cortigianesco adulterio, una regale compiacenza, un servile intrigo.  (citazione dal romanzo)

Nella generale riprovazione dei nobili e  del clero, rassicurati in seguito dal ritorno alla normalità promosso dal successore del Caracciolo, l’abate Vella si inventa per amore della vita agiata un finto codice in lingua araba sulla storia dell’isola, che, secondo una sempre più insistente vox populi, potrebbe mettere in pericolo il sistema feudale e alimentare un complotto rivoluzionario sulla falsariga di quello francese, dimostrando l’infondatezza dei privilegi baronali in quanto frutto di usurpazioni perpetrate ai danni del potere regale. Sarà così che, ne Il Consiglio d’Egitto, si intrecceranno diverse verità: quella dei sostenitori dei privilegi secolari dei baroni e della Chiesa, quella del Vella, che sta traducendo dall’arabo un testo potenzialmente eversivo, e quella dell’avvocato Di Blasi, che vuole promuovere la rivoluzione e, attraverso di essa, la nascita di una società nuova. Alla fine tanto l’inganno del Vella quanto la cospirazione del Di Blasi vengono smascherati e puniti dai notabili, sebbene la gravità delle due colpe non sia equiparabile: il Vella, che non crede nella repubblica e nella rivoluzione, ha infatti agito per interesse economico e per desiderio di rivalsa sociale, per tenere in scacco i baroni e indurli così a temerlo e  a lusingarlo, mentre Di Blasi è reo di aver tentato di destabilizzare l’ordine costituito cavalcando il destriero imbizzarrito delle sue “idee”.  

“E tutto sommato” incalzò il principe “le idee per cui scorre tanto inchiostro non sono poi tanto lontane da quelle dei ladri di passo… Solo che il ladro di passo non ha idea di avere delle idee” il giuoco di parole che gli era venuto fuori aveva voglia di gustarselo. “Se avesse idea che le azioni che commette venissero fuori da un’idea, e che di una tale idea si fa apologia nei libri, e che una nazione intera, una grande nazione come la Francia, si è messa a farne pratica… Ebbene: che differenza ci sarebbe tra il brigante Testalonga e l’avvocato Di Blasi?”“Nessuna: l’uno e l’altro tiravano per il mio” disse il marchese di Geraci.“Per il nostro” corresse il principe. “Ma Testalonga, poveretto, direi con più discrezione: appunto perché non sapeva di avere delle idee”.  (citazione dal romanzo)

È dunque sull’avvocato, simbolo della ragione mortificata, che convergono il risentimento e la feroce repressione che la reazione riserva a coloro che si fanno portatori di ideali sovversivi, offesi e oltraggiati dai metodi dell’Inquisizione e in particolare dalla tortura, condannata sul piano filosofico con un esplicito riferimento al Beccaria e sul piano umano con l’esibizione dell’umiliazione inflitta al corpo e all’anima del condannato, straziati di pari passo con un accanimento spietato sorretto da scientifico rigore. 

Il dolore calava nella sua mente come inchiostro, ad accecarla. Il suo corpo era un contorto tralcio di vite, una vite di dolore: grave di racimoli, incommensurabile. I racimoli di sangue, l’oscuro sangue dell’uomo. “Nella tortura l’uomo perde la nozione del proprio corpo: tu non lo riconosceresti più, il tuo corpo, nelle tavole del Vesalio, nella iatropologia dell’Ingrassia; e tanto meno nella creazione d’Adamo che è in Monreale. Il tuo corpo non ha più niente d’umano: è un albero di sangue… Bisognerebbe farla provare ai teologi, ché finalmente capiscano che la tortura è contro Dio, che devasta l’immagine di Dio che è nell’uomo…”  (citazione dal romanzo)

Alla fine l’abate Vella, per certi aspetti simbolo della “sicilianità” rassegnata che lo porta a non coltivare ideali di respiro collettivo ma soltanto aspirazioni personali di piccolo cabotaggio, prova comunque ammirazione per Di Blasi, martirizzato a causa della fiducia che ripone in un futuro migliore per la Sicilia. Quel martirio della giustizia e del progresso che in Sciascia non sottende mai acquiescenza a una situazione cristallizzata e immodificabile, bensì realistica consapevolezza della difficoltà di cambiare le cose, denunciata impietosamente attraverso lo scacco subito dalla ragione per far così insorgere le coscienze contro l’inganno e  il sopruso. 

Un Commento in “Luca Rachetta legge “Il Consiglio d’Egitto” di Leonardo Sciascia”

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