Luca Rachetta legge la poesia di Valeria Bellagamba su Sestante

copertina-sestante.jpg Nell’ultimo numero di Sestante, di cui potete vedere la copertina qui a sinistra, compare il mio saggio dedicato ad alcune poesie della senigalliese Valeria Bellagamba.

Su gentile concessione di Sestante, riporto subito sotto il mio contributo in versione integrale. Una cliccata su Leggi il resto di questo articolo e… buona lettura!

Luca Rachetta

 DA GIOVANI POETI LEGGONO… CARLO ANTOGNINI  

E VENNE L’UOMO DEL FIUME  

NOTE A MARGINE SULLE POESIE DI VALERIA BELLAGAMBA    

Sono molte le vie che portano ai versi. La poesia è infatti come un’isola dalla variegata morfologia che offre al navigatore tanti punti di approdo, a cominciare da quello che si apre dove la costa è bassa e sabbiosa, il cui facile accesso potrebbe però sembrare a taluni troppo semplice e privo di avventura, per finire con quello che si intravede dove la costa forma una baia protetta da un semicerchio di roccia, che concede solo un piccolo varco alla difficile manovra del timoniere più spregiudicato e tenace.   

L’impressione che si ricava dalla lettura delle poesie di Valeria Bellagamba, contenute nella silloge Giovani poeti leggono… Carlo Antognini, è che l’autrice abbia evitato di accostarsi al verso optando per le soluzioni estreme, scegliendo piuttosto una via mediana che amalgama al suo interno chiarezza, linearità, ossequio alla tradizione nella misura in cui essa significa potenziamento del bagaglio espressivo a disposizione dell’io lirico, che di suo mette già esperienze, ricordi e immagini feconde di vita. Nessuna tentazione, dunque,  di concedersi a soluzioni ermetiche, ma nemmeno quella scarnificazione della parola e del verso che, millantata da molti come scelta espressiva funzionale al raggiungimento dell’essenza delle cose, sortisce talvolta l’effetto contrario, ossia l’allontanamento dal vero, troppo complesso per essere affrontato senza un adeguato equipaggiamento metrico, retorico e lessicale.  

I versi di Valeria Bellagamba accolgono i nodi salienti della realtà, che acquistano nitore ed evidenza rappresentativa e vengono coniati in immagini di rara incisività e potenza evocativa.  

Non sfugge innanzitutto, come attesta la poesia Attese, quanto la vita moderna risulti spesso opacizzata e svuotata di senso: la luce “fredda”, i volti “impazienti” che guardano “altrove”, il pensiero rivolto al “gesto successivo”, “l’aria densa” di pesantezza rimandano infatti a una dimensione in cui non c’è calore, non c’è interesse per il presente, ma una proiezione mentale continuata verso un futuro che non è quello lontano di chi vuole essere lungimirante o previdente, ma piuttosto quello immediato, fatto di piccole ed effimere cose, di esigenze pressanti quanto fallaci.  

Una dimensione falsa da cui viene la tentazione di fuggire, come testimoniano i versi di Guida notturna, in cui l’io poetico intraprende un percorso che ha come scopo l’annullamento del reale nel raggiungimento di una dimensione “altra”.   

L’auto che “si tuffa” e poi “scivola” ad alta velocità fino a far perdere al guidatore i punti di riferimento consueti segna la prima tappa di un processo di emersione e di successiva immersione in un mare nuovo, per sprofondare nel quale è necessario un atto di coraggio: prima lo slancio generoso, poi il planare sulle ali della spinta iniziale per poter così assistere allo scorrere di cartelli stradali, alberi, case e lampioni, momento che prelude all’annullamento, inteso non come privazione, ma come conquista rigenerante. Il “ronzare regolare” del motore suggerisce l’idea di uno stato di ipnosi che introduce allo sprofondare nella dimensione “altra”, oscillante tra assenza e presenza fino a quando “un solido silenzio” prende il sopravvento e sancisce il buon esito del processo di annullamento. Solo adesso “si guarda più in profondità/dritto verso il punto di fuga”; solo adesso ci sono le condizioni per guardare oltre.   

L’eco dolorosa della morte si affaccia in alcuni componimenti, come Il cane dagli occhi neri, in cui l’agonia del cane passa attraverso le fasi della rassegnata attesa e dell’ultimo sussulto di attaccamento alla vita (“Le zampe afferrano il suolo,/ stringono con forza.), fino allo sprofondare nell’abisso, conclusione peraltro simbolicamente annunciata dal cerchio che il muso del cane disegna nell’aria, ultimo pallido simulacro del cerchio della vita ormai chiuso. In Terra Pulita la morte ha una valenza universale (“la grande ruota del silenzio/ha spianato ogni stupore”): “nebbia”, “silenzio” e “nulla” evocano l’annichilimento della vita quasi come scienza esatta, la chiarezza del niente finale come legge ineluttabile (“Un nulla rassicurante:/non coglie alla sprovvista./Tutto è chiaro/Tutto è niente/Tutto aderisce perfettamente.”).   

La poesia di Valeria Bellagamba rifugge però dalla tentazione di chiudersi nel recinto del pessimismo e del vittimismo esistenziale, da cui la salva uno slancio vitale che trova riscontro in componimenti come E una mattina, nel quale forte è l’auspicio, o forse l’attesa, del giorno in cui ci si sveglierà con una nuova chiarezza, che metterà ordine nel labirinto della vita, se non sul piano della comprensione, quanto meno su quello dell’agire quotidiano. In Profumo di pioggia l’acqua che cade dal cielo porta serenità col suo verso e il suo profumo e solletica l’umore con la sua fresca vitalità, come se corroborasse e rimettesse in circolo, ormai rigenerato, il liquido vitale impaludatosi nei recessi del corpo e dell’anima.   

Notevole è la lirica Verso un’altra stagione, in cui termini come “passa”, “liscio”, “accarezza” e “scivola” comunicano la sensazione della leggerezza dell’aria, che scorre senza ostacoli da una stagione all’altra, determinando un cambiamento che si qualifica come naturale e necessario proprio in quanto sereno e graduale, senza segni di traumatica discontinuità.  

Nulla si perde in modo definitivo: anche le separazioni non sono una perdita, ma un riporre ciò che prima o poi tornerà. In particolare non si avverte in questa lirica l’eco di un abusato “topos” poetico che definisce il passaggio dall’estate all’autunno come perdita, in quanto tale transizione procede verso un punto di approdo di pari dignità rispetto alla situazione di partenza.  

Verso un’altra stagione pare davvero sostenersi sulle ali del vento che spira da una stagione all’altra; strofe e versi assecondano l’ispirazione di questo componimento e si librano leggeri assieme alla brezza di fine estate.  

Di particolare impatto è la poesia Il viaggio dell’iceberg, che lievita su un crescendo trascinante di ritmo e movimento, scandito dalle fasi del processo metamorfico che porta il ghiaccio a divenire mare. L’iceberg è il vessillo della vita, gonfio di vento, di fronte al quale si aprono le acque e si spalancano i cieli, fino a che la vista non si allarga ad inglobare l’infinito scenario del mondo; l’iceberg danza in compagnia dei raggi del sole, che abbracciano il ghiaccio lasciando impressa sulle sue facce la caleidoscopica impronta della propria luce. Quando il mare, affamato di vita, assorbe le acque disciolte dell’iceberg e la vita stessa, giunta al culmine, esplode levando verso l’aria “spruzzi di specchio”, la metamorfosi si è ormai compiuta: l’iceberg dunque non muore, così come in Verso un’altra stagione l’estate non muore con l’avvento dell’autunno, ma diventa qualcos’altro, destinato a un’esistenza diversa e ancor più grande, più profondamente calata nelle fitte trame dell’ordito di natura.   

È però L’uomo del fiume il componimento guida di questo gruppo di liriche, soprattutto perché sembra voler definire il ruolo e la ragion d’essere della poesia nel consorzio umano.  

Fin dal principio si avverte il respiro del mito, cui pare introdurre la formula “hanno visto”, riecheggiante la vox populi di leggende fondate su verità antiche.   

Con un incipit di taglio “narrativo”, netto e ben calibrato, Valeria Bellagamba mette in rilievo sin dalla prima strofa le proprie intenzioni comunicative, incarnate dalle prime avvisaglie di quei campi semantici sui quali si articoleranno i significati della poesia. Innanzitutto quello attinente all’acqua del fiume, elemento mobile e cristallino connesso al tutto del mare, che sa di antico come le grandi civiltà fluviali e marittime, ma anche di senso delle origini, di presupposto di vita, quindi quello rimandante proprio al vecchio, all’antico, alla tradizione, in un intrecciarsi di immagini di duplice provenienza che trovano una sintesi nelle “antiche sorgenti”; queste, nella loro segretezza, portano il senso di una verità trascorsa e dimenticata che l’uomo del fiume vuole ridestare nelle coscienze sopite, sebbene tale rivelazione appaia destinata a pochi iniziati in grado di cogliere, quanto meno fin da subito, un messaggio “vecchio” e “nuovo” allo stesso tempo.    

Presso il “vecchio pontile”, dunque, l’uomo del fiume ormeggia la sua barca, atto che simboleggia il ritorno dal passato di una stabilità antica, fondata su un primigenia e forse atavica certezza.     

Il componimento sembra seguire un andamento narrativo per immagini, delineando le fasi di una storia che, a ben vedere, non si conclude con l’ultimo verso, nel quale l’uomo del fiume è ancora impegnato in un cammino “sulla lunga via per il blu”. Una lirica, L’uomo del fiume, che, lontana dal tenore minimalista e falsamente modernizzante di tanta poesia odierna, non esita a ricorrere a una punteggiatura regolare e a figure retoriche come l’ossimoro, condensando in quella “gioia dolente” il senso di un antico che offre qualche certezza in più ma che non consola, non dimentica il male connesso alla vita; una lirica, L’uomo del fiume, che gioca anche sul piano del significante, ricreando, ad esempio, con gli aggettivi “lucenti” e “argentei”, un collegamento fondato allo stesso tempo sulle immagini e sul suono, e non rinunciando a fare uso, nell’ultima strofa, precisamente nelle parole “canti”, “suadenti” e “dolente”, di una consonanza utile a evocare l’armonia del canto dell’uomo del fiume. O, se si preferisce, del poeta.       

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