Luca Rachetta sulla poesia di Silvia Dolciami
| Voglio condividere con voi anche il mio commento alla raccolta di liriche di Silvia Dolciami, apparso su Sestante, Anno XIX – N.2. Scusandomi ancora per le imperfezioni grafiche non dipendenti dalla mia volontà ma da problemi di natura tecnica, vi auguro una buona lettura.
A presto! |
Silvia Dolciami
Ciò che rimane
Poesie da Il cammino del tempo
Lo stabile vero della poesia
Poiché vari sono i modi d’intendere la poesia, altrettanti sono i buoni motivi per tentare di conferirle una ragion d’essere in una società frenetica e pragmatica troppo spesso recalcitrante ai ritmi lenti del verso, scaturito da un’istanza di espressione meditata, misurata, che si allontana dall’uso letterale delle parole per meglio penetrare i significati di fondo della vita grazie alle demiurgiche facoltà del traslato, in grado di rimodellare la materia bruta offerta dalla realtà esteriore per restituirla così alla forma più genuina e sincera. Se si vuole guardare alla poesia secondo una prospettiva sincronica, il suo oggetto sarà la staticità, la percezione dell’essenza archetipica che perdura sotto il simulacro del cambiamento; se la si considera, invece, secondo una prospettiva diacronica, allora il suo oggetto sarà il movimento, che significa, innanzitutto, considerazione del percorso compiuto dall’umanità e del rapporto instauratosi tra natura e società, nonché, a seguire, presa di coscienza dell’opportunità di preservare o di depurare dalle scorie del contingente l’essenza del patrimonio etico e culturale formatosi in illo tempore. A ben vedere, però, non è possibile riscontrare una reale dicotomia tra le opzioni sopra enunciate: esse difatti cessano di sembrare tali e manifestano la loro complementarità qualora si consideri che, da un lato, il movimento deve prendere l’abbrivio dai valori della staticità affinché la sua spinta non proceda in direzione dell’ignoto e dell’inautentico, e che, dall’altro, la staticità necessita della prospettiva del movimento affinché possa radicarsi nella dimensione collettiva nei termini di eredità avita che, pur adeguata ai tempi, consenta in ogni epoca l’eterno ritorno alle scaturigini del senso.
Ci piace pensare che i versi di Silvia Dolciami contemperino staticità e movimento, vale a dire la considerazione di “ciò che rimane” nella consapevolezza di un “cammino del tempo” inteso non già come declino e perdita, e nemmeno come mera conservazione, ma piuttosto come esperienza di crescita e di affinamento dell’umano sentire, cui non risulti pertanto preclusa la vista di un orizzonte di salvezza.
La poesia, per la Dolciami, è una disposizione interiore orientata in senso conoscitivo; per chi vi si dedica, è come una pioggia che purifica l’anima dalle incrostazioni sedimentatesi nel corso del giorno, dalle apparenze prodotte dai sensi obnubilati, creando così le condizioni per la possibile conquista del vero.
la pioggia lava tutte le fatiche
infanga la cenere delle esistenze;
porta via con coraggio ogni esitazione,
non mercanteggia con i nostri dubbi.
l’acqua che cade è il bene che rischiara,
porta il vento sulla giornata stanca,
simulacro dei nostri sensi.
(atmosfere, pag. 17)
Fare poesia ha come presupposto la ricerca di una risposta che magari non arriverà, sebbene “l’orizzonte gravido di luci” e “i campi rigonfi di colori ambrati” (una sera di agosto, vv. 2-3) sembrino prefigurare l’epifania di un frammento di conoscenza. Rimane comunque la dignità dell’atto, un’insonnia di verità che ben rappresenta l’atmosfera esistenziale in cui si cala l’attività del Poeta.
la vita, la morte, la gioia, il dolore, sono incomprensibili
e possono sfuggire alla volontà.
e anche quel giorno si è consumato come ogni giorno con te,
insonne di verità.
(una sera di agosto, vv. 17-20, pag. 45)
In alcune liriche della silloge compare un interlocutore, un “Tu” da interpellare e da comprendere, da cercare prima del congiungimento finale per offrirgli con gioia “il già ed il non ancora del tempo che ci separa” (Sestrieri, pag. 37), che rappresenta l’inevitabile apertura metafisica di un interrogarsi che non può esaurire sul piano storico la propria indagine sulla natura dell’uomo e sulle finalità del suo esistere.
ho vissuto mille vite senza possederti,
lacerando il sipario di albe bagnate,
quando il sole levandosi da te
non permetteva alla luna di specchiarsi,
ho vestito di bagliori argentati i tuoi riflessi.
anima mia, magnifica il signore!
( I, pag. 29)
La tensione verso la verità risponde dunque a una volontà iterata che domina totalmente la vita dell’Io poetico, il quale anela a segreti la cui origine si perde nella notte dei tempi; egli risulta coinvolto in tale percorso di scoperta a partire dai sensi stessi, pronti a recepire eventuali messaggi rivelatori che ora potrebbero essere mimetizzati nel paesaggio, ora disciolti nell’etere sotto forma di piacevoli effluvi, talvolta persino condensati in segnali acustici di provenienza naturale.
gli occhi non sanno la tristezza,
mentre lo sguardo corre affannoso
nell’estatico miraggio
di un paesaggio senza tempo.
l’aria calda porta il profumo
della lavanda e del gelsomino,
inebria il cuore che tace
chiuso nel suo pianto antico.
quando il suono della tua voce giunge improvviso,
le ultime luci del giorno
hanno abbracciato già questo mio sentire.
un androne buio
disperde l’eco di passi,
ed è notte e poi mattino.
(madrigale triste d’estate, pag. 63)
Nella lirica “sepolcro/ dal nulla come giaciglio” la vivacità della natura, sottolineata dall’enfasi delle allitterazioni della prima strofa, sembra annunciare un evento solenne, di rilevanza assoluta, forse il baluginare di quella rigenerazione presentata nella strofa successiva, in cui la ripetizione della “r” comunica l’idea di una situazione in evoluzione; se la terza strofa conferma l’impressione di un’intensa attività panica che coinvolge in particolar modo l’udito, a ben considerare le allitterazioni e le onomatopee riscontrabili in questi versi, la quarta, invece, pone fine alla fase del movimento per inglobare il “tutto” nella fissità di un’immagine circondata dal silenzio, riassestando il quadro generale in uno stato di quiete secolare dove “solo la coltre cambia il suo manto/e giace silente impoverita dal tempo”.
bomba, rimbomba
a strapiombo
si spande
quel suono di tomba.
la terra bagnata
affonda,
sprofonda;
oggi solo si rigenera
nell’afa del giorno
e scopre i germogli.
il canto dell’allodola
copre il crepitio dei passi
alle gelide aurore.
tintinnano i veruli fiori come di vetro
alle folate del vento.
tutto tace dolcissimo cuore
nell’arsura dei giorni.
solo la coltre cambia il suo manto
e giace silente impoverita dal tempo.
(sepolcro/dal nulla come giaciglio, pag. 87)
Il concetto antropologico di ”eterno ritorno” comunica l’idea di una stabilità, di un permanere che garantisce la fondatezza della ricerca del senso; questa si qualifica come operazione di recupero di certezze primigenie, le quali, probabilmente, si trovano tuttora sotto gli occhi dell’uomo, risultando però indistinguibili in quanto contaminate e contraffatte dalle impurità del divenire.
la luce del mare mi attraversa
poi trova il suo corso.
si fa traghettatrice di ricordi,
evanescenza liquida,
nel cammino riflesso del suo eterno ritorno.
(miei occhi, pag. 65)
la terra petrosa restituisce nei solchi,
nell’età di gibbi ondulati, il rigore del tempo
che annuncia la transumanza
di forti e fiere giumente.
campi maculati, gonfi di rugiada
riflettono, come barlumi di storia,
lo sfarfallio di fronde odorose agitate dal vento.
(filastrocca del sognatore come presagio, vv. 14-20, pag. 19)
Il poeta, in fin dei conti, è come un filo d’erba solcato da un sottile rivolo di rugiada, in attesa del primo chiarore dell’alba. Sensibile allo spirare delle brezze, vivificato dagli umori della natura, vigila fino a quando ella non lascerà aperto un varco, non concederà un’occasione che lo faccia entrare in sintonia con l’alba, vale a dire con l’inizio, che in quanto tale è depositario del perché dei fenomeni. La congiuntura favorevole al passaggio alla dimensione superiore è dichiarata dai segni disseminati intorno a noi. Decriptare il loro codice comunicativo è però cosa difficile: sta dunque alla poesia scrutare senza cedimenti l’orizzonte affinché l’alba non lo rischiari invano.
E proprio questo ci sembra il cuore della poetica che alimenta Ciò che rimane, opera prima di Silvia Dolciami.