Luca Rachetta legge Fabio Maria Serpilli
| Oggi è la volta della silloge Ad aperto silenzio di Fabio Maria Serpilli, vincitrice del Premio Senigallia di Poesia “Spiaggia di Velluto” nel 1998. a cui ho dedicato un breve saggio apparso su Sestante quasi due anni or sono.
A seguire l’articolo… Buona lettura! |
Ad aperto silenzio di Fabio Maria Serpilli
Qual è la bussola della poesia?
La poesia deve essere letta con la bussola in mano, come se fosse un territorio che si va ad esplorare con l’intenzione di fissarne le caratteristiche morfologiche sulla cartina geografica. Ci si deve servire, però, di una bussola speciale, che preveda soltanto due punti cardinali, il Nord e il Sud, i quali, sulla mappa tridimensionale della poesia, coincideranno rispettivamente con il cielo e la terra.
Per prima cosa bisogna cercare il Nord, che, nel nostro ipotetico territorio fatto di versi e metafore, viene immediatamente individuato dall’ago della bussola a causa della forte attrazione magnetica su di esso esercitata da ciò che sta in alto, vale a dire dal cielo, sia esso scritto con la lettera iniziale maiuscola o con la minuscola (la poesia tende immancabilmente al “sacro”, anche qualora esso non si qualifichi in senso religioso).
A questo punto, per completare il disegno della mappa della poesia, manca l’altro punto cardinale, che non può essere individuato semplicemente a partire dalla consapevolezza della posizione del Nord: il Sud deve essere difatti ben indagato, poiché contiene in sé qualcosa dell’impronta nobile del Nord, la quale non aspetta altro che di ricongiungersi alla propria origine grazie a una forza di attrazione magnetica fondata sul principio della somiglianza e, allo stesso tempo, della complementarità.
Leggendo Ad aperto silenzio, ci è parso di ravvisare che verticalità (aspirazione al Nord) e orizzontalità (consapevolezza della dignità e della bellezza del Sud) siano le due spinte fondamentali della poesia di Fabio Maria Serpilli.
Senza dubbio forte è la propensione all’ascesa, intesa come esperienza vitale, salvifica, come “uno spavento che ci attira”, il quale ci riporta a quella compresenza di spavento e di attrazione che si prova nel momento del confronto con l’infinitamente grande.
Il giorno dopo a Visso
tra le acque e le case
dai monti un vento sibillino
il fervore degli occhi aperti
sulla piazza di un altro paesee le parole sempre più in su
nei cartelli indicatori e tu
che sei nata davanti al mare
sai di andare incontro allo spavento
e più sale la chiocciola del monte
sempre più dentro
ma è uno spavento
che ci attira
(Ho portato il camper a luglio, pag. 15, vv. 10-22)
Il Nord ha una evidente connotazione religiosa, come dimostra la lirica E fu sera e poi mattina, in cui la stabilità della parola biblica si qualifica come la struttura portante della vita.
“E fu sera e poi mattina”
alle antiche parole
obbedisce il giorno.
Dal prato i fiori a grappoli
alzano inni al colore
I grandi spezzanoil nome in briciole
i bimbi dietro la palla
lei sempre dove vuole
a uno, due rimbalzi
la Trinità balla
(La Trinità, pag.17)
L’inizio della lirica si ricollega alla fine, dove compare la Trinità con la sua ferrea volontà, mentre, nella parte centrale, sono presenti la natura e gli uomini. La Trinità “rimbalza” e “balla”, gioca così come fanno i bambini “dietro la palla”, in festa al pari della natura, rappresentata dai fiori che “alzano inni al colore”, e degli stessi grandi, impegnati in una sorta di eucarestia, la massima “festa” cristiana.
Anche la poesia Al tonfo di Pftisch comunica un’istanza metafisica ravvisabile nelle parole che scendono “ad aperto silenzio” dall’alto dei cieli.
Al tonfo del Pftisch sono acqua
poche cose si muovono
e nel respiro mi accorgo di me.
Le nubi se ne vanno dai monti
e tutto posso toccare
le cime alte dell’aria e le nevi
non le parole che scendono
ad aperto silenzio
dall’alto dei cieli
(Al tonfo del Pftisch, peg. 18)
Interessante è interrogarsi sulla polisemia dell’aggettivo “aperto”. Il silenzio è forse “aperto” come il mare aperto, cioè diffuso, sconfinato? Oppure “aperto” significa chiaro, espressivo e comunicativo come una lingua vera e propria le cui parole, però, non possono essere ascoltate con le orecchie? In ogni caso, qualunque interpretazione si voglia far prevalere e anche qualora le si voglia far coesistere entrambe in un’unica esegesi, si fa sempre riferimento alla onnipresenza divina e al suo Verbo, la cui discesa è la conseguenza di una domanda precedente inoltrata dal basso.
Nella vita di tutti i giorni abita comunque il senso, la ricerca del quale si realizza sul piano dell’orizzontalità, cioè dell’esistenza terrena.
In Il libro è fatto a pagine l’”immortalità” della vita risiede nella natura, nel culto della tradizione, nel mantenimento di un legame profondo tra l’esperienza di oggi e quella di ieri, nella poesia e nella letteratura intese non come sterile reminiscenza, ma come patrimonio vitale, che fecondi le umane vicende col lascito di parole da portarsi sempre appresso, “dietro ai giorni senza orari”.
Il libro è fatto a pagine
di monti che si aprono
un segnalibro il fiume.
Io porto dietro ai giorni
senza orari le parole
di Lev, le colpe di Fedor
i Canti del conte Giacomo
che ancora esultano…
Ogni passero lo ricorda.
Per questo fiocco di strada
fra meleti e cielo
un cimiteruolo avverte
piccino anche il paese
dove i morti ancora parlano
con i vivi e si conoscono.
In questo silenzio incrollabile
Sento che la vita non muore!
(Il libro è fatto a pagine, pag. 27)
Nella lirica Dalla valle prossima si respira un’atmosfera simile. Il poeta, immerso nella contemplazione assorta del cielo e del paesaggio, avverte come i luoghi del paese siano carichi di passato, sebbene non si tratti di quello che rimanda ai grandi eventi, bensì di quello della gente comune, della vita quotidiana, dei tanti “me-stesso” che si sono succeduti nel corso degli anni. L’io lirico sembra perdersi in un “fingersi” di matrice leopardiana, alle prese con un errare estasiato nei meandri del tempo andato, i quali non sono malinconicamente perduti, ma conservati nella memoria delle pietre, nel bronzo dei campanili, negli elementi naturali da sempre vivi.
Dalla valle prossima
sono salite pecore
e nuvole al pascolo
sul monte
Io penso
anzi non penso
contemplo
ascolto i cieli
Da quanti anni sono fermi
i tetti di legno e i campanili!
Quante parole e silenzi
hanno abitato questi luoghi!
Quante preghiere di bronzo
hanno lanciato i campanili!
Voci d’acqua e di venti!
Quanti me-stesso!
In questa valle
si sdraia una mucca
e i monti laggiù in fondo
sono le corna…
(Dalla valle prossima, peg. 28)
Sono i luoghi della genuinità, dell’autenticità di una volta, blanditi da una coltre di serenità e di armonia. Si pensi ancora al contesto claustrale di Un paese si accollina, dove il frate che “con Dio e le galline ha trovato il suo verso” è l’emblema di una vita semplice che nel rapporto confidenziale con la natura trova anche il contatto con Dio, Amore delle cose povere ma speciali.
A due
a due sfilano i frati secondo la regola
uno alto un campanile uno largo una cupola
a vespro invernale sotto un cielo rubino
un frate arruffa in orto. Tutto chino
alle bestiole parla. Di che non so.
Dubito che sia di cose divine;
rozzo com’è, che faccia moine; con Dio
e le galline ha trovato il suo verso
(Un paese si accollino, pag. 35, vv. 12-20)
La natura è magnifica anche in quelle manifestazioni che la comune sensibilità percepisce come tristi e tediose. Nella lirica San Luca, ad esempio, la bellezza del temporale esalta la vivacità della natura stessa: tuoni come rulli di tamburi, i primi goccioni di pioggia come spade scintillanti, passeri in fermento che ridono ed esprimono il loro apprezzamento per il fenomeno che si sta preparando. Completamente calato in tale atmosfera di festa (ancora la festa della vita), il poeta balla sotto la pioggia e con la pioggia, tenendola per mano come se fosse una donna, lasciandosi permeare dall’acqua per congiungersi infine con l’elemento naturale, in una sorta di immersione panica.
Ho lasciato tutto sulla scrivania
per vedere il temporale: è lì
fuori dalla finestra
il cielo arremba
con lunghi rulli di tamburi
una, due spade scintillano
tra i primi goccioni.
I passeri sono tutti in fermento
che ridono ridono e dicono “Bello!”
la parola più bella
Lo dico anch’io che sembro un uccello
o un clown strampalato
che getta lontano l’ombrello
e balla con la pioggia
e la prende per mano
(San Luca, pag. 40)
La bussola della poesia osserva la realtà in tutte le direzioni, per soddisfare un’esigenza di completezza. Perché la spinta verticale, senza l’amore per la vita che sta in basso, non sarebbe che una via di fuga, un estraniarsi da tutto ciò che dal vertice è comunque derivato attraverso l’atto della creazione e che del suo principio mantiene l’immagine. Più sbiadita per taluni, più chiara e leggibile per Fabio Maria Serpilli.