Luca Rachetta legge “Lux Renova” di Laura Corraducci

copertina-lux-renova.jpg Da Eugenio De Signoribus passiamo a Laura Corraducci, giovane promessa pesarese in campo poetico. A seguire l’articolo pubblicato nell’ultimo numero di Sestante, di cui avevo dato notizia in un post del dicembre dello scorso anno.

Scusate ancora le imperfezioni “tipografiche” e di nuovo… buona lettura!

LUX RENOVA di Laura Corraducci  

IL CANTO DI GIONA    

 

Talvolta una silloge poetica rappresenta la summa dei versi di un autore, composti magari in situazioni assai distanti tanto dal punto di vista delle esperienze biografiche e della maturità personale quanto sotto il profilo delle soluzioni stilistiche adottate, le quali, lungi dall’essere mero ornamento o sterile sperimentazione, risultano funzionali alle esigenze comunicative del momento. Nasce così il volume che comprende l’opera omnia di un grande, oppure la raccolta di taglio antologico sorretta da un intento divulgativo, volto a introdurre alla produzione di questo o quel poeta in vista di un successivo approfondimento, affidato all’interesse e alla sensibilità del lettore.   

In altri casi la silloge è invece il risultato di una elaborazione circoscritta a un’esperienza di vita che, pur prolungata negli anni, prende comunque l’abbrivio dalle medesime domande, caratterizzandosi quindi nel senso di una ricerca conoscitiva coerentemente orientata nella stessa direzione. Ecco allora che ci troviamo di fronte al puntuale resoconto di un passaggio di vita, a un diario vero e proprio, che giammai sarà da confondersi con una di quelle artificiose operazioni che puntano a delineare una personalità secondo coordinate predefinite a tavolino, ma piuttosto come un autentico zibaldone di pensieri e stati d’animo, talmente sinceri e impetuosi da scaturire dalla penna del poeta quasi suo malgrado, costringendolo a esporsi al pubblico più di quanto fosse sua intenzione fare.  

Tale sincerità, applicata a un significativo frammento di esistenza, la ravvisiamo senz’altro in Lux renova, opera prima di Laura Corraducci.   

Già il titolo sembra condensare in una sintesi epigrammatica la cifra poetica della raccolta, evocando una luce di speranza confermata da diversi segnali di propensione alla vita baluginanti nei versi delle liriche, a cominciare da quelli che testimoniano l’esigenza di instaurare un colloquio con Dio, non certo nell’ottica di un mistico isolamento ma di una conquista di senso di cui godere nel quotidiano.   

Il desiderio di vita che trasuda dal corpo di questi componimenti guarda difatti alla realtà di tutti i giorni, punta alla valorizzazione di tutti i suoi aspetti, nella convinzione che alcuni di essi non siano letti dai più in modo approfondito.    

La finta leggerezza di tono della lirica d’apertura, ad esempio, anticonvenzionale quanto basta per risultare originale e nel contempo depositaria dei presupposti e delle aspirazioni della poesia più sincera, può essere interpretata come un vero e proprio manifesto di poetica, con il quale si comunica di voler far entrare nella dimensione lirica ogni aspetto della vita, anche quelli più minuti e apparentemente insignificanti. 

Sui treni che ci uniscono autobus

che ci dividono cadono biglietti

bucati e vecchi

briciole di pane scuro e fiammiferi 

(Senza titolo, pag. 5, vv. 21-24)   

Persino le cose piccole, vecchie e dimenticate sono comprese nel territorio di caccia della poesia. Si pensi a tal proposito a Zoologia miope, che ridefinisce la geografia del bello e del buono mettendo in discussione la gerarchia di valori che pone il cielo al di sopra della terra.  

non è vero che il sole

è solo in alto

è un inganno ottico

una bugia per pigri

dipende dove sta il tuo cielo

se sulle ali della farfalla

o negli anelli scivolosi del bruco  

(Zoologia miope, pag. 23, vv. 7-13)   

Scrivere versi non equivale a un vuoto cimento di stile ed eleganza, ma richiede al contrario amore per la parola, passione per la vita, anelito di chiarezza che aiuti a non perdersi dietro le apparenze e gli stereotipi.  

il nostro è un amore senza rime

la metrica resti purenei suoi letti a cinque stelle

goda sola saltando

sulle sue stanche molle

noi abbiamo il vino dei tuoi

fonemi la bianca lava delle

mie unghie i voli ciechi dei

gufi e la notte che trema nelle

tue mani

“la lanterna” mi dici

“tienila sempre accesa” 

(Senza titolo, pag. 5, vv. 9-20)   

La riflessione sull’amore rivela la necessità del legame sentimentale, prezioso e resistente come un filo di seta che non è possibile rompere con un atto di pura volontà. Eppure la precarietà incombe su di esso, ne mina la solidità, al punto che contemplare l’uomo mentre cammina in strada comunica un senso di lontananza, di instabilità, con un destino di solitudine che sembra rappresentare l’unica certezza.

C’è un filo di seta
che mi lega ai bottoni
della tua camicia
io vorrei spezzarlo ma
non posso
e vederti su quella strada
di colori d’uomini
mi apre il tempo
all’incubo
all’oblio
non c’è guinzaglio
abbastanza grande per
il mio collo di neve
sul tappeto dell’accusa
distendo le lacrime
mentre tu cammini
e dondoli nei miei occhi
ora ridenti
ora lucenti
ma sempre soli

(Senza titolo, pag. 12)  

In Preghiera 1 l’invocazione rivolta a Dio non si qualifica come una richiesta fondata sulla fede, le cui ragioni potrebbero legarsi a un evento contingente, a uno stato di difficoltà determinato da una vicissitudine dolorosa, ma piuttosto come una vera e propria richiesta di fede, che puntelli la struttura malferma dell’esistenza e la fecondi di senso. La volontà disperata di credere origina la richiesta di un segno rivelatore che abbia la concretezza, la fisicità e financo la violenza di un atto che coinvolga il corpo e i sensi; l’esigenza insopprimibile di aver fede pare auspicare una nuova reincarnazione, o meglio la scoperta, da parte dell’io lirico, della portata rivelatrice e vivificante di quella già avvenuta, attraverso la quale Dio si è fatto uomo e, in quanto tale, si è mostrato agli uomini.

Signore mio presto!
Afferra queste mani
toccami guardami cingimi
della veste candida
non importa che altri l’abbiano
portata poi strappata
Signore Dio
le ossa tremano
tremano sempre prendi
i miei occhi aperti
accarezza il
viso lacerato dal niente
spezza queste
spezza
spezza queste catene
di sangue e ferro con
il sangue e il legno
del tuo albero
Signore mio
sono in cima al colle
aspetto
Signore Dio
sono in fondo alla vallata
aspetto

(Preghiera 1, pag, 24, vv. 21-44)  

Come Cristo si era fatto carico delle colpe dell’uomo, il Poeta sembra assorbire e interiorizzare le sofferenze del mondo. Egli dimostra un forte senso di vicinanza e di solidarietà nei confronti di chi soffre, una penosa compartecipazione ai patimenti altrui, all’interno dei quali è racchiuso il cuore delle domande che ogni giorno rivolge alla vita, sua e di tutti.

a Nicole

Nel ristorante sole
io   te
          il tuo coraggio
la gente ti fuma addosso la paura
di guardarti anche solo
             di nascostola carta d’identità scintilla
                sotto le unghie
nel posacenere di creta
spegni
le illusioni e
si accendono le
voglie di donnamentre usciamo
             prego
che anche Dio
la senta tutta
l’eternità stanca
del tuo dolore

(Senza titolo, pag. 13)  

 Il fluire della vita tuttavia procede, magari a rivoli sottili, anche negli alvei asciugati dal dolore, che, nonostante tutto, rimangono umidi di linfa vitale. È forse questa la luce che rinnova. Il nascere che pareggia la morte. La voglia di vivere che resiste tenace, sempre e comunque.

Giona è steso

nudo

dentro il tabernacolo

della paura

ma è sempre lì

che l’aspetta il suo Dio

la voce che credeva perduta

ora è un flutto possente

un canto di marerisale lo stomaco

il pettola gola

Esplode

“Il Signore comandò al pesce ed egli rigettò                         

                                           Giona all’asciutto”

 (J, pag. 44, vv. 85-99)             

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