Luca Rachetta legge Eugenio De Signoribus

copertina-ronda-dei-conversi.jpg Da oggi vi proporrò i commenti alle opere di alcuni poeti marchigiani che ho letto per conto della rivista senigalliese Sestante . Inizio dalla raccolta Ronda dei conversi di Eugenio De Signoribus. A seguire il testo dell’articolo, nel quale, per problemi di natura tecnica, non sono riuscito purtroppo a rispettare la scansione delle strofe nelle citazioni. Ma i versi di De Signoribus meritano ugualmente! Buona lettura!

RONDA DEI CONVERSI  DI  EUGENIO DE SIGNORIBUS  

LA RESISTENZA AL SECOLO DEL POETA     

Il termine “ronda” richiama alla mente l’attività di sorveglianza esercitata dalle sentinelle a presidio della caserma o della base militare, oppure l’opera di vigilanza condotta dagli organi di polizia a tutela della sicurezza dei cittadini: una garanzia per le istituzioni statali, dunque, così come per la salute ed il patrimonio dei privati. La parola in questione contiene pertanto l’idea della “conservazione” di un bene, di uno di quei principi di cui non si può o non si dovrebbe fare a meno nella vita di ogni giorno, pena la perdita dei diritti e delle libertà individuali. Un analogo spirito di “conservazione”, calato però in ben altro ambito, ispirò ad inizio secolo il movimento culturale La Ronda, intenzionato a difendere la lingua e la tradizione letteraria italiana dalla comoda e troppo frequente adozione, da parte dei nostri intellettuali, di codici stilistici poco curati, sebbene più facilmente spendibili nei campi del giornalismo e della politica,  nonché dagli azzardati ed improduttivi sperimentalismi di taglio avanguardistico; proporre il modello leopardiano per la poesia e quello manzoniano per la prosa rispondeva, da un lato, alla necessità di conservare, arricchite soltanto dai contributi migliori della modernità, le enormi possibilità espressive acquisite dalla nostra lingua già con Dante, Petrarca e Boccaccia, mentre, dall’altro, puntava a preservare dall’oblio i capisaldi del nostro patrimonio culturale, scaturito dalla grande lezione dell’Umanesimo.   

A nostro avviso la “ronda” di De Signoribus contempera dal punto di vista semantico, pur con i dovuti ed ovvi distinguo, tutte le accezioni già menzionate: la difesa delle libertà degli uomini contro i soprusi dei potenti e dei prepotenti (con le due categorie che a volte finiscono col coincidere), la salvaguardia delle facoltà critiche della ragione nel regno dell’immagine di pronto consumo, la riscoperta e la trasmissione di una parola e di una letteratura che preservino dall’estinzione la più alta sensibilità dell’essere umano, nella quale risiedono, in definitiva, le ragioni della sua opposizione costruttiva al tedio dell’esperienza quotidiana.  

La scelta del “converso” come protagonista di questa resistenza ai tempi ci sembra poi particolarmente significativa. La figura del fratello laico che, spesso solo in età adulta, decide di condividere la vita monacale coi religiosi veri e propri, pare alludere ad un percorso esistenziale culminato in una vicenda di scoperta, di acquisizione di una verità che, nell’isolamento e nella stasi del convento, si pone in decantazione, completa la sua maturazione, per poi riversarsi nel mondo in forma di movimento, di sollecitazione al recupero della dignità umana. Non è dunque il converso un asceta, bensì un uomo coi piedi ben piantati nella realtà, da cui si esilia solo momentaneamente onde poter elaborare, al riparo dallo strepitare del presente, un piano di resistenza laica (che potrebbe significare anche “non ideologica”, costruita cioè sul campo e priva di preconcetti culturali di qualsiasi estrazione) alla deriva dell’umanità, che consti non solo dei “no”, ma anche dei “sì decenti” su cui fondare un nuovo Umanesimo, vale a dire una cultura che miri ad un progresso non già tecnologico, bensì etico. 

non serve a niente solo la clausura

per dire no, no, no!

alla lordura che intorno ci rincresce 

se a ogni no non trovi il sì decente

per farne semenzaio

terreno di memoria… 

stop altrimenti!…

ed entrare a capo chino nel vociaio

stare alla storia come un rimbambino 

(Non serve a niente, pag. 34)   

Il poeta si cala così nei panni di un alter ego, di un personaggio che vive in carne ed ossa nei suoi versi, che recita accanto agli altri attori sul palcoscenico del dramma esistenziale evocato nelle liriche della silloge.   

Il converso-poeta scruta l’orizzonte cercando in esso la promessa di un futuro migliore, dei bagliori di redenzione, sperando in un salvagente cui l’umanità possa affidarsi per toccare terra sana e salva. 

verso va la muta prora

guarda guarda la promessa…

desideriamola insieme

ricominciamo da lì! 

terra terra!…inspira e vede

ma dintorno inciurma il sonno…

viene a te su un salvagente

una risorgente vista 

è più oltre l’orizzonte…

qui non posso più restare-

che la vita vi sia lunga

miei fratelli alla corrente – 

(Il racconto d’ora e prima, vv. 9-20, pag. 98)   

L’uomo deve portare a compimento un’opera maieutica, di recupero della propria ricchezza interiore che giace sopita, confinata negli anfratti di una coscienza resa ottusa dalle fragorose e false sollecitazioni ricevute di continuo dall’esterno. 

nel mezzo, noi non possiamo aspettare

che il malume sommerga anche la testa…

ma per pensare la sognata via

recuperiamo l’anima dispersa!… 

(Racconto della visione, vv. 19-22, pag. 41)   

Al contrario dell’”odierno imperio”, privo di sensi di colpa per ciò di cui è artefice, il poeta-converso, pur sentendo di aver condotto una vita fondamentalmente retta, si sente comunque corresponsabile, proprio perché partecipe della natura umana, del male commesso dai suoi simili, che alimenta in lui l’ansia del riscatto, del lavacro purificatore. 

che almeno la morte non sia sola

e si tema la colpa più del lutto  

(ma chi più li guarda i trascurati, vv. 12-13, pag. 19) 

una piuma di piombo mi tiene all’uncino

uno spasmo aguzzino al battente dei nomi

quando essi si levano dalla menzogna

e ti sogguardano obliqui e contorti 

come fosse mia la colpa dei mortinell’acqua di fogna 

(Dirò di più, vv. 6-11, pag. 33)    

Mentre i duci e i loro pretoriani portano “la guerra / che slampa sconcia snulla” in un climax crescente di inarrestabile barbarie, il converso invece “l’orto ha benedetto / e ha portato coi palmi l’acquasanta / ai roghi umani” (da Ammesso, pag. 31), dissociandosi pertanto dalla non cultura imperante, alla quale oppone un fermo dissenso che lascia comunque spazio alla pietosa comprensione delle umane miserie.  

Tale sforzo, al cui successo finale il poeta non s’illude di assistere, arrivando anzi in taluni luoghi della raccolta ad ipotizzare la presenza di un male universale connaturato alle vicende della storia e quindi da essa inestirpabile, sarà comunque insignificante anche nei termini di virile presa di posizione contro i tempi se la predicazione del converso non farà proseliti, se non si allargherà il “cerchio” stesso dei conversi, al di fuori del quale, ultimo ostello della speranza, alligna “il visibile nulla” (da I provenienti, pag. 29).  

La modernità necessita di un nuovo Abele votato al sacrificio disinteressato, indispensabile frattura di discontinuità rispetto ai disvalori in essa radicati, tra i quali l’individualismo e l’egoismo. 

egli è più pio di quell’armato dio

tirato qua e là dal suo soldato

che offende le altrui case e non arretra… 

il suo atto è allora il rimanente:

demolire pregando la sua casa

e offrirsi a una patria differente…

 (Il nuovo Abele, vv. 19-24, pagg. 111-112)   

Alla “cerimonia sorda” della concezione materialistica dell’esistenza, dove tutto è consumo veloce ed istintivo, bisogna contrapporre il “risentire” (da Fine d’anno, pag. 97), termine che sembra contenere nel prefisso iterativo “ri-“ l’auspicio che le cose non transitino semplicemente nella psiche ma che vi ritornino dopo il primo passaggio e siano così riconsiderate, per poterne cogliere in tal modo il significato più autentico.  

Il “risentire”, che porta alla conquista del senso, rappresenta pertanto una forma di conoscenza approfondita tanto più necessaria in una società ormai abituata anche al consumo delle immagini, che scorrono piatte ed incolori sui teleschermi senza che vengano associate ai concetti ed alle idee di cui sono portatrici; esse non sono sottoposte al vaglio critico della ragione, non stimolano riflessioni e non smuovono le emozioni di chi subisce passivamente tale bombardamento continuato, ma sono al contrario fruite in forma di groviglio indistinto e perciò insignificante. 

pare ogni segnale impotente o, al maglio, arginarsi

in uno spazio stralunato, annunciato, ripetente…

in un unico, ingorgato presente 

(Altro paesaggio, vv.6-8, pag. 61)   

L’Umanesimo da rifondare si qualifica pertanto nei termini di critica, denuncia ed opposizione che sappiano essere anche propositive; il portatore di tale cultura, animato da uno spirito di comunione con il prossimo, supera in virtù di esso lo scoramento derivato dal malessere e dalla propensione al pessimismo e riversa nel mondo la sua morale, atto tanto più eroico quanto più è difficile la battaglia da combattere e lontana la speranza di conseguire un pieno successo. 

nel mio fermo riserbo

affonda il grido che alzo,il grido che, forse, è anche mio

e in offerta gorgoglio prima del boato 

(Premessa, vv. 9-12, pag. 9)   

Nei suddetti versi, posti significativamente come premessa alla raccolta ma che altrettanto significativamente avrebbero potuto suggellarla, ci sembra che risieda l’essenza della lezione di De Signoribus.           

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